Sapete cosa faceva l’architetto Geoffrey Bawa? Non costruiva semplici architetture, costruiva paesaggi abitabili. Sembrano case, scuole, hotel e templi certo: ma in realtà sono giardini, pieni di piante, di vento, di luce. E la gente ci passeggia come in una foresta addomesticata. Era nato avvocato, pensate. Risiedeva in Inghilterra a studiare leggi, a imparare le regole scritte dagli uomini. Poi, più tardi, decise che quelle regole non bastavano. Che era necessario inventare un’altra grammatica, quella delle ombre sugli specchi d’acqua, delle tegole che si scaldano al sole e poi di notte rilasciano il fresco, delle colonne che non dividono ma accompagnano, di un cemento che registra il tempo, dei cortili che fanno respirare le case e gli spazi abitati.  Gli hanno dato un nome a questa cosa qui in Sri Lanka: “tropical modernism”. Ma in realtà era solo un modo per dire, un modo per spiegare come è sempre stato possibile aderire al moderno senza rinunciare alla propria idea di mondo. Lasciate stare l’idea che il moderno debba essere freddo, squadrato, qui il moderno è una veranda che guarda un lago. È una scalinata che si interrompe perché una radice spinge. È una finestra che non è finestra, ma un’apertura nel muro da cui entra la giungla. Un interno abbracciato dalle rocce.  

Bawa costituisce il Parlamento dello Sri Lanka: un luogo serio, sì, perché lì dentro  si discute del destino di un popolo. Ma allo stesso tempo è una specie di tempio sull’acqua, come per ricordare che la politica è fragile e che l’acqua ti circonda sempre, che la natura non obbedisce a nessun decreto. Anche molti dei sui templi sono circondati dall’acqua, che non per caso è sempre parte della sua idea di architettura. C’è un albergo, l’Hotel Kandalama: qui non sai mai se sei in un resort o in una rovina mangiata dal verde. Ed è questo il punto. L’architettura non è un oggetto: è un incontro. Con le foglie, con le pietre, con il vento che si infila nei corridoi. L’hotel Kandalama non è un albergo, è un animale lungo, sdraiato sulla roccia, che si perde nella giungla. Da lontano non lo vedi, ti guarda, ti osserva lui, nascosto sotto le liane. Dentro non c’è mai un interno vero, sei fuori sempre, ma protetto. Cammini nei corridoi e l’aria entra, le foglie entrano, le scimmie ti osservano.

Una finestra non è una finestra, è un taglio sul lago, una cornice che si apre su un cielo enorme. Le pareti non sono muri, sono appigli per le piante che salgono, che invadono. L’edificio è

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