Arrivano sempre al momento più opportuno, potete scommetterci l’anima. D’altronde, è proprio da lì che vengono, certe cose le sanno come nessun altro. Immaginate una sera d’estate, in qualche isola, con quel cielo schiarito dalle luci del paese, ma ancora abbastanza intatto da mostrare una bellezza mozzafiato. Loro arrivano da lì, da quelle profondità. E se glielo chiedete, da dove arrivano, sono così gentili e onesti che ve lo diranno. Nessuna possibilità di sbagliarsi, nessun inganno. Ma fatelo subito, quando sono ancora alla porta o si ammassano incerti all’ingresso, e può darsi che qualcuno, in ritardo, debba ancora raggiungerli. È come alle feste, ricordate? Quando si apre la porta, arrivano, non si sa se manchi ancora qualcuno, se sono stati tutti invitati o c’è un tipo, non proprio un imbucato come da ragazzi, che si aggiunge trascinato da qualcun altro che è perfino fiero di quella sua scoperta. Lì, mentre entrano dalla porta aperta e si attardano un po’ in un capannello attorno a voi, è il momento di porre tutte le vostre domande: ma lasciate stare, se volete un consiglio, non serve a nulla avere la conferma di sapere da dove vengono, è così lampante, come confrontare un falso con l’originale. Se avete animali domestici un loro dolce incantesimo li ammansirà, i cani gli daranno la zampa, gli occhi dei gatti si incrineranno in fessure sempre più sottili, quindi entreranno in un sonno profondo. Non sempre arrivano in numero comprensibile. A volte ne arriva uno solo, a volte sono tre, per la felicità dei creduloni religiosi, a volte sono, per così dire, molto numerosi, casuali e in ordine sparso. Vi sembra che ne siano arrivati cinque, e poi scoprite che ce n’è un sesto che si era intrufolato in bagno, dove si sta sciacquando la fronte, oppure beve dal rubinetto per farsi passare il singhiozzo. Un altro compare scivolando da dietro una porta accostata, e una bambina si fa strada spalancando le ante dell’armadio. Quando arrivano sprofondo in una grande calma, che però ha una punta inebriante, come un senso di superiorità rispetto alla morte. Come se quella preoccupazione che perseguita ogni essere umano, portandolo a comportarsi come un’arma per tutta la vita o a fare figli (due facce della stessa medaglia), finalmente si disinnescasse. In un certo senso, credo di riconoscermi e di accettarmi solo quando arrivano. Tenendo conto che non ho mai avuto l’abitudine di invitare nessuno, di non ricevere, come si diceva un tempo, nessuno, e che l’unica felicità possibile, per me, sia sempre stata nella solitudine, possibilmente garantita dal fatto che nessuno mi considerasse, è sorprendente quanto sia a mio agio e affabile con loro. Li faccio accomodare sul divano. Gli tolgo le scarpe e, a uomini, donne, bambini indistintamente, dopo avergli tolte le calze, gli bacio i piedi. Succhio l’alluce, passo la lingua tra le dita, glieli pulisco a dovere. Poi vado in cucina e mi verso un bicchiere di acqua liscia e la bevo. Tornò di là, da loro, abbasso un po’ lo sguardo, vado alla libreria, scelgo un libro per quello o quella che mi sembra all’età giusta per scoprire letture interessanti e formative. Quando glielo do, lui o lei mi dà un piccolo calcio al polpaccio, che è il suo modo di dire che ha apprezzato il dono, proprio come l’eruttazione in certe culture, così almeno si dice, mostra che si è gradito il pranzo. Quasi sempre, a questo punto, quella che possiamo definire la “madre” comincia a parlare, ma non si è tenuti ad ascoltarla. Ho notato che, mentre la madre parla, è possibile andare in giro per casa, perfino uscire in terrazza, e lei non se ne adonta.

Quando si torna da lei, ti guarda proseguendo a blaterare come se non ti fossi mai assentato. Però è consigliabile farle un piccolo dono, quando infine si torna a ascoltare le sue ultime parole. Può essere un quadrato di cioccolata, oppure portarle un caffè che nel frattempo avevamo messo sul fuoco, o, a volte, ho visto che è stata apprezzata anche una chiamiamola chincaglieria, come una carta da gioco antica o un intero mazzo di tarocchi oppure un crocifisso di legno. A quel punto, magicamente, la madre tacerà. Parlerà ancora, in seguito, ma avrete tamponato con una certa efficacia quel torrente inarrestabile e i successivi interventi, al confronto, saranno occasionali cinguettii. Poi si alzerà dal divano, molto preoccupato di mostrare tutta la sua impazienza, il capo, il “master” per così dire. Anche lui aprirà la bocca, ma, a differenza della madre, che parlando vi ha guardato semplicemente negli occhi, lui sarà molto preoccupato di mostrare tutta la sua determinazione nell’annientarvi, perciò si applicherà studiosamente a certi sguardi lampeggianti e affilati. In generale, ciò che contraddistingue il capo o master rispetto agli altri è proprio questa espressione che ho ripetutamente usato: “molto preoccupato di”. Se va alla libreria e prende un libro, ad esempio, sarà molto preoccupato che voi notiate che prenda proprio quel libro e non un altro. E sarà molto preoccupato che voi lo vediate sfogliare le pagine in un certo modo, e soffermarsi a una certa pagina, e potete giurarci che poi sarà molto preoccupato di leggervene una frase con la grande preoccupazione che ciò vi nutra e che vi renda grati e vi leghi a lui. Non voglio restituire un’immagine temibile né minacciosa del master o capo, non sarebbe fedele alla realtà, ma credo che possiate capire come si comporta, con quegli sguardi rotolanti tra la voglia di sangue e il timore di macchiare la propria onorabilità e dignità. Il capo non vuole doni, non vuole niente, semmai è più propenso a farvi lui qualche concessione perché si arrivi, senza tensioni, alla fine. Subito dopo che il capo o master ha finito il suo numero gladiatorio, come in un film di Haneke, quelli che possiamo chiamare “i bambini” cominceranno a sfasciarvi la casa. Sarà divertente vedere come il cinenichilismo austriaco verrà trasposto nelle tre dimensioni della vostra abitazione che, a quel punto, vi renderete conto che non vi è mai completamente appartenuta o, per dirla con un cliché, non era quello che sembrava. Se poi, come me, avete visto Il settimo continente a letto con una donna che amavate, sul suo MacBook ronzante appoggiato sulle coperte, e ricordate le immagini un po’ sgranate e ombreggiate per via del processo tutto sommato primitivo di un mpg letto da VLC, e con un suono, del resto lì molto rado, approssimativo (quando mi fu proposto, mi astenni dal visionare subito dopo Benny’s Video) potrete sgranare gli occhi tanto per le somiglianze quanto per le divergenze con quella messinscena in cui la catastrofe della patria tedesca immiserisce, come una marcia imperiale divenuta marcetta in punta di piedi, a collasso familiare. Con quei loro piccoli martelli, di cui hanno infiniti ricambi se il manico si spezza, i bambini esibiscono una creatività particolare riuscendo a spaccare cose che ritenevate infrangibili e devastando con speciale accanimento tutto ciò che, in un certo senso, decomponendosi vi addolora perché associato a rari momenti di benessere, come il computer o l’impianto stereo, oppure quei calici da vino dozzinali ma che vi piacevano per le loro forme morbide e l’incredibile fragilità. Questo accade perché danno l’idea di disconoscere assolutamente non solo il valore ma proprio la struttura, l’essenza di ciò che distruggono. Se demolissero la casa con un minimo di cognizione della sua composizione fisica generale, sarebbe meno sgradevole, ma non lo fanno. Non è una rivolta contro le cose che ci possiedono, per un ritorno, dopo il potlatch, a uno stato di purezza primordiale. È qualcosa di più cieco, brutale, e, al tempo stesso, di raffinatamente sadico, come se si aprissero un varco, scavassero un tunnel. Ma dopo un po’ che ci danno dentro non sembrano così diversi da quei bambini che seminano scompiglio correndo all’impazzata, pestando più forte che mai e montando sulla tavola durante i pranzi della domenica, sotto gli sguardi di sudditanza dei genitori. E ancora come loro, mentre spazzano via qualcosa, li invidierete, perché avreste voluto farlo anche voi, se foste stati meno deboli. A momenti, accenneranno allusivi anche a voi, non temete, non c’è nessun rischio che decidano di percuotervi; proprio come i normali bambini, è raro che sventrino di là dai limiti, per quanto spinti, inculcati dalla loro educazione. Ma fino a lì sfonderanno tutto e alla fine è possibile che vadano dai grandi e esclamino orgogliosi, oppure borbottino sorridenti, a seconda della psicologia, «l’abbiamo rasa al suolo». Sia chiaro: nulla che non abbiate mai sperimentato, se siete stati vivi fino a quel giorno. Perciò, come me, fate spallucce e lasciateli fare, poi offritegli su una scheggia di piatto una o due banane e fragole affettate arricchite da semi di chia. Attenzione a dargli il coccio con la frutta solo qualche minuto dopo la completata distruzione della casa, quando sia intervenuta una sorta di cesura nella loro mente, un distacco della corrente furiosa, altrimenti dovrete ripetere l’operazione, e ripetere queste minuzie, non è vero? è sempre stancante.

Nella casa semidemolita ora siete di nuovo con loro, e, più o meno, potrete finalmente capire quanti sono perché, in assenza di arredi o tendaggi integri dietro i quali si possano nascondere o perdere, ce li avete tutti davanti, come in un momento di chiara verità. Averli tutti schierati sotto i vostri occhi, naturalmente, non vuol dire che capirete che cosa vogliono, chi sono, cosa pensano, e perché siano tornati da voi. Ma non avrà nessuna importanza. E, a quel punto, nella perfetta impassibilità e quasi indifferenza degli altri, quello o quella seduta al centro, il “cerimoniere”, vi passerà il coltello. Un bell’oggetto, da collezione, come si dice nelle aste online. Ed è qui che posso esservi utile, con un consiglio prezioso: non dovete usarlo per sventrarvi, come fanno molti credendo di intuire le loro intenzioni, lasciando un’indecorosa e non più lavabile macchia di sangue sul pavimento. Li sconcerterebbe all’estremo. È solo un dono. Inspiegabile? Certamente, considerato anche che, a volte, anzi, a quel che ne so, sempre (e se non è così si tratta di una distrazione cui potete stare certi che porranno riparo), l’impugnatura è tempestata di pietre preziose. Come si spiega questo regalo di valore a fronte di quello che è avvenuto nelle ore precedenti? Si tratta di un risarcimento? Un patto o, addirittura, una forma di ricatto? No, non scervellatevi, prendete il coltello, o meglio, il pugnale dal manico ornato di zaffiri, smeraldi, rubini, e, con cura e tutta la solennità che ritenete necessaria, deponetelo su una mensola spezzata di ciò che resta della vostra libreria. Solo questo eviterà ogni tensione, manterrà l’equilibrio tra lo sfarzo di Sheherazade e il compensato del Kallax, e, poco prima dell’ora di cena, se ne andranno. A quel punto uscite sul terrazzo, che a dire la verità non è nemmeno lui tanto solido, e inspirate forte l’odore dei falsi gelsomini.