“E pluribus unum” – dai molti uno – è la frase che figura nello stemma degli Stati Uniti, vergata su un cartiglio tenuto nel becco dall’aquila araldica: il pluralismo magnificato nel nome di un’unità dove ogni differenza potrà infine misticamente esaurirsi. Pluribus, l’ultima notevolissima fatica di Vince Gilligan, già ideatore delle serie televisive Breaking Bad Better Call Saul, mette in scena questa utopica unità: un’umanità olistica di “dividui”, di non-individui mentalmente integrati, connessi in un’unica coscienza alveare e ognuno dei quali risulta dotato dell’intero sapere umano, dell’intera saggezza umana, o se si preferisce dell’intero capitale cognitivo presente in seno al genere umano. Privi di qualsiasi interesse egoistico, in perfetto equilibrio con la totalità dei propri simili e con l’ambiente che li accoglie, i “connessi” hanno espunto qualsiasi forma di aggressività dal loro comportamento: sono zombie perfettamente docili, cooperativi, ecologici, inclusivi. Si dichiarano felici e rendono grazie agli alieni da cui è giunta come per miracolo la connessione totale, un dono non richiesto ma che apparentemente non lascia spazio a dubbi tanto è ben accolto da chiunque lo abbia ricevuto, vale a dire chiunque esista sulla faccia della terra tranne un manciata di persone rimaste “immuni” e sparse ai quattro angoli del pianeta. Anche queste ultime – con la significativa eccezione di due individui refrattari (o resistenti, a secondo di come la si vede), cioè Carol Sturka e Manousos Oviedo – sembrano comunque in attesa di fondersi nella coscienza universale. Quasi nessuno mette in questione il dono, dunque. 

L’adesione fideistica al modello ultra-centralizzato di questo immane intelletto collettivo è basata soprattutto su un principio di benessere, sulla rimozione della sofferenza psichica, della paura della morte

Ma cosa sappiamo di questo “dono”?

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