Dopo i contributi di Walter Siti, Francesco Pacifico, Filippo D’Angelo, Marco Rossari, Silvia Pareschi, Luca Ricci, Ilaria Gaspari, Ernesto Aloia, Fabrizio Patriarca, Cristina Brambilla e Violetta Bellocchio, un nuovo pezzo sull’arte della scrittura pubblicato grazie alla collaborazione di Snaporaz con la scuola Belleville.
Ho imparato a scrivere in cantiere: a volte mi capita di pronunciare questa frase.
Sono, di solito, incontri pubblici, nei quali per ragioni a volte di intrattenimento, spesso per posizionamento, a volte per pura vanità, si finisce per interpretare un ruolo. Il mio è quello della scrittrice ingegnera, la donna che dopo la laurea e il dottorato, dopo una breve incursione nella ricerca accademica e tanti anni di professione, ha finito per dedicarsi alla scrittura. Non è un ruolo che interpreto volentieri, non mi piacciono le semplificazioni, e con il mio essere ingegnera ho sempre avuto un rapporto contrastato. Ma dovendo convivere con questa etichetta, ho finito per approfondire il mio essere doppia, studiando gli scrittori tecnici, a partire da Primo Levi. Ma di questo, abbiate pazienza, proverò a parlare fra un poco.
Per ora voglio partire dalla mia boutade. Ho imparato a scrivere in cantiere, dico quando devo mettermi in posa, e subito il pensiero vola a Jack London che scrive Martin Eden su un barile. Ma non è così. Non ho scritto una sola riga negli anni di cantiere più intenso, come non ho scritto una sola riga per tutti gli anni della laurea e del dottorato. Non ne avevo bisogno, lo studio di come è fatto il mondo mi occupava completamente. Sono stati anni di pochissimo sonno e completa immersione. Come si analizza un fenomeno, i modi per schematizzarlo, analizzarlo, semplificarlo, deformarlo fino a trasformarlo in qualcosa di concreto, riempivano ogni mio orizzonte. Ho scavato per anni, senza pensare ad altro. Solo, quando non studiavo, leggevo romanzi. Quello che mi passava fra le mani, senza alcun ordine né disciplina. Leggere è sempre stato il mio posto segreto.
Ma dentro a ogni frase c’è sempre qualcosa da salvare, e se vogliamo trovare una verità nella mia basta girarla, invertire il meccanismo biella-manovella, e dire che il cantiere mi ha insegnato a scrivere. Ecco, questa è una frase vera, senza posizionamenti. Il cantiere mi ha insegnato a scrivere, perché mi ha insegnato a osservare. Prima del cantiere, negli anni di formazione accademica, avevo difficoltà a vedere le cose. Sapevo molto, approfondivo tutto, ma difficilmente Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti