È uno dei più importanti scrittori e critici letterari italiani (secondo noi, il più importante in attività). Autore di numerosi romanzi e saggi, curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini per i Meridiani Mondadori, Walter Siti ha spesso posto al centro della propria opera il corpo. Di recente ha pubblicato per Feltrinelli C’era una volta il corpo, un libro in cui, oltre a tirare le somme di questa antica ossessione, si proietta in un avvenire fatto di corpi che forse avranno ormai poco da spartire con quelli che ancora conosciamo.
Potremmo partire dalla fine. Il tuo saggio si conclude, in modo inatteso, con una poesia, bellissima, in cui di fronte allo spettacolo primaverile di giovani corpi a passeggio per Milano lamenti la tua vecchiaia e concludi: «Non credetemi quando parlo di corpi». La vecchiaia non è invece proprio la condizione ideale per parlare del corpo con verità? L’autore che forse lo ha fatto con più efficacia, Montaigne, poté farlo proprio ispirandosi agli acciacchi dell’età…
Montaigne non era poi così vecchio, è morto prima dei sessant’anni. I cinquanta sono un buon osservatorio sul corpo proprio e su quello altrui; dopo i settantacinque subentra la nostalgia, che è una pessima consigliera.
Il tuo però non è un libro nostalgico: c’è una grande curiosità di sapere come saranno i corpi di domani, sempre più ibridati con la tecnica, e sempre più ibridi quanto al genere sessuale. Forse la tua è una nostalgia del futuro.
In effetti, ora che ho appena finito di correggere le bozze di un libro sugli adolescenti che uscirà per Mondadori, mi sono chiesto perché mi interessino tanto i teenager, che saranno adulti quando io non ci sarò più. La risposta che mi sono dato è che, non avendo io vissuto una vera adolescenza, non essendomi mai sentito adolescente, vivo tramite loro qualcosa che per me è rimasto inespresso. Ma c’è anche un altro aspetto: per me che non ho né figli né nipoti, interessarmi ai giovani, scrivere su di loro è stato anche un modo di diventare vecchio. Per quanto riguarda il corpo, io ormai sto alla fine del percorso, resto fedele ai corpi della mia gioventù. Ma ho molta curiosità, che resterà inappagata, per i corpi ibridi della “razza nuova”, come dice Dino Campana in Viaggio a Montevideo.
Il fatto di esserti trasferito da una decina di anni a Milano ha influito su questo tuo interesse per i nuovi corpi? Nel libro parli spesso dei corpi che vedi nel Quadrilatero della moda…
Sì, è un libro che non avrei scritto se non abitassi a Milano. Dal punto di vista dei corpi, Milano è l’unica città italiana a essere come le grandi città europee: uniformata a un’idea per cui non esistono quasi più differenze tra corpi maschili e femminili, e con un bisogno di essere sempre up to date, mentre in centro a Roma, per esempio, trovi i romani di trent’anni fa (anche se di romani ne restano pochi in centro): i fenomeni di moda legati al corpo si trovano in periferia, tra i coatti, ma si vede subito che è una brutta copia. Semmai, paradossalmente, è più facile incontrare corpi nuovi nel centro di Napoli.
Recentemente sono usciti in Italia due libri importanti sul corpo, il tuo e quello di Vittorio Lingiardi, Corpo, umano. Oltre a non essere più giovani, siete entrambi omosessuali. Pensi ci possa essere un legame tra un’educazione sentimentale omosessuale di stampo novecentesco e l’attenzione, si potrebbe dire anche l’ossessione, per la questione del corpo?
A naso, mi sa che siamo due omosessuali molto diversi. Lui poi è medico, i corpi li ha conosciuti anche sul tavolo anatomico. Forse gli omosessuali, un tempo, avevano più difficoltà a ottenere un desiderio condiviso e quindi il corpo desiderato diventava un oggetto mitologico. Per me di sicuro, Vittorio non so. Io ho sostituito l’oppio dei popoli con una droga più umile e rozza.
A proposito di oppio dei popoli e di oggetti mitologici. Nella tua percezione intima, quale si esprime soprattutto nei tuoi romanzi, il corpo reale è a volte un po’ svalutato, ciò che sembra interessarti è un tipo di corporeità che veicoli un desiderio assoluto, o un assoluto del desiderio. Insomma una visione un po’ Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti