E poi avevano iniziato a sparire. Senza avvertire, senza che un segno o un gesto ci avessero fatto capire cosa stava succedendo. Semplicemente, non c’erano più. La nostra vita sarebbe potuta continuare come niente fosse, ovviamente. Qualcuno li avrebbe pianti, qualcun altro si sarebbe sentito in colpa, e noi li avremmo considerati alla stregua dei morti. Lutti che ogni società mastica e digerisce, dall’alba dell’umanità, seppur con gradi di difficoltà variabile. Ma così, come morti, prima o poi li avremmo assorbiti. Assorbiti e dimenticati. Invece no, non potevamo neanche piangerli.
La loro assenza era una sagoma dai confini visibili, un nulla pesante e rumoroso, fardello che ciascuno di noi portava sulle spalle o sulla testa o nel cuore. Erano spariti, dunque il vuoto che avevano lasciato era ancora lì tra noi. Nei bar, al lavoro, tra le lenzuola o attraverso le mura del vicino di casa: la nostra inquietudine era diventata la loro nuova dimora, e non è paradossale affermare che per alcuni di loro sia stato il momento in cui erano più vivi.
Alla tristezza che ogni giorno ci portava il loro ricordo – ché da viventi del passato, non avevamo che il lutto per piangerli – si accompagnava una paura strana, alle volte mascherata da un’apprensione sottile che mal celava un piacere timido, quasi blasfemo. Dov’erano andati? Perché erano spariti? Al senso di colpa si accompagnava una vaga invidia, il desiderio di conoscere l’inconoscibile, la disperazione per non essere noi, gli eletti. Quello era il nostro scandalo.
Sarebbero tornati? E che cosa avevano visto? Prima che parlare di loro diventasse secolare – con battute, doppi sensi e tutto l’arsenale ironico che possiedono i viventi per catalizzare l’ignoto – i confini ciechi dei loro corpi si erano sovrapposti alle nostre parole creando assenze fra un discorso e l’altro che, semplicemente, non potevano essere riempite. Così non li chiamavamo mai per nome, i pronomi personali erano diventati orridi e le iniziali degli stessi si allungavano in maiuscole mostruose. Nei libri di scuola “Lui” non era più riferito a Dio, né “Loro” agli Dei o a un malefico ente che ci governava in segreto. I più piccoli già nascevano e crescevano con l’assenza, ma dagli adulti apprendevano anche la preoccupazione e la paura. E l’invidia. Perché a chi non è più tra noi ma non è morto, questo lo avevamo capito troppo tardi, vengono risparmiate anche le piccolezze del quotidiano. Quelle che di lui non ricordiamo, ma che ogni giorno ci sbatte in faccia la nostra vita.

Non sapevamo cosa stesse succedendo, né se e quando sarebbe toccato a noi. L’assenza di senso sovrastava le altre emozioni, creando un disordine emotivo al quale non eravamo abituati.
La storia che state per leggere inizia poco prima delle sparizioni. Quello che sarebbe stato – o sarebbe potuto essere? – un cambiamento radicale della nostra società – o almeno del nostro paese, o della sua diaspora piuttosto – era ancora ridotto a mero evento privato. O al massimo di qualche micro-comunità. A pensarci oggi, non posso nascondere una certa delusione: siamo riusciti a desacralizzare perfino i Partenti, e il loro ritorno, non la loro assenza, è forse la punizione che ci meritiamo. Mi dà fastidio anche ragionare in termini di colpa/punizione, come se la morale antica – di prima, voglio dire – avesse ancora un senso.
Io, personalmente, non credo di avere colpe. Ho costruito la mia vita evitandole, ma non ho potuto fare a meno di essere punito. Come me, altre migliaia di persone sono nella stessa situazione. Rivanghiamo il passato alla ricerca di un indizio, un gesto, un’azione che ci ha portato a tutto questo. Non abbiamo mai pensato che cercarvi un senso potrebbe già essere un atto colpevole? O, più semplicemente, che la punizione senza colpa smette di essere un fardello, per trasformarsi semplicemente in una vita un po’ meno bella, più distante da come ce la immaginavamo? I Partenti sono stati questo: il segno dello scollamento fra i nostri desideri e la realtà. O, ancora più crudelmente: la prova che i nostri desideri erano già in scadenza.
Questa storia mi provoca sempre una nostalgia triste. Mi sento un adolescente che ripensa alla sua infanzia: non vuole quasi mai tornare bambino – sta mangiando la sua vita, vede solo futuro davanti a sé – ma sente al tempo stesso che ha già un passato, che qualcosa è perduto per sempre. Io, come molti della mia generazione, ho perso la mia infanzia a quarant’anni. Non sarò mai adulto, perché gli adulti saranno per sempre loro. I Partenti. Che mi chiedo che senso abbia chiamarli così, ora che sono tornati.
Nessuno di noi può dire la verità. In questo siamo davvero bambini, ragazzini che non possono ammettere la propria colpa di fronte agli adulti.
Non possiamo dirlo, ma sono sicuro che lo pensiamo tutti. Vorremmo che non fossero mai tornati.

Il testo che precede è l’incipit di un romanzo inedito (dal titolo provvisorio Oltre la diaspora. Storie di fantasmi) che attraversa l’emigrazione italiana di ieri e di oggi a Barcellona, Amsterdam e Stoccolma.