Dei discorsi sull’ultimo film con Checco Zalone/Luca Medici, Buen camino di Gennaro Nunziante, spesso colpiscono la pretestuosità, gli a priori, lo scollegamento rispetto all’oggetto. (Non mi riferisco a tutti, certo: basti pensare a Paolo Mereghetti, che ho letto dopo avere scritto queste righe.) In fondo è lo stesso atteggiamento che anima il pubblico che affolla le sale cinematografiche, in mancanza assoluta di concorrenza (e vedendo i trailer dei poco allettanti prodotti italiani sparati prima della proiezione del film, ci si rende conto che sul mercato non c’è nessuna alternativa). Si va a vedere Zalone a prescindere: poteva interpretare un borioso allenatore di calcio alle prese con una squadra di ragazzini di periferia, o un celebre chirurgo plastico che si deve riciclare in una RSA, e la gente sarebbe accorsa lo stesso. Rispetto all’ormai estinto cinepanettone di Boldi e De Sica, Zalone è ancora più generalista, ecumenico, onnicomprensivo. Per una serie di motivi che sono cambiati nel corso del tempo.

Il personaggio di Checco Zalone nasce come maschera del provinciale grezzo alle prese con la modernità. La sua ignoranza faceva tenerezza e induceva al riso con gli strafalcioni, ma diventava anche la maschera del fool con cui sfidare la correttezza e trattare temi su cui nessun altro avrebbe potuto permettersi di far ridere: dall’omosessualità (Cado dalle nubi, 2009) ai terroristi islamici (Che bella giornata, 2011). In seguito i film di Zalone hanno alzato il tiro e aumentato la complessità: dalla satira della società italiana con il mito del posto fisso (Quo vado?, 2016) al tema dell’immigrazione in Tolo Tolo (2019). Quest’ultimo, diretto una tantum da Medici senza nessun contributo di Nunziante, segnava la volontà di uscire dalla maschera scorretta (quale era ancora presente nel videoclip promozionale Immigrato, giocato sull’ambiguità: si rideva del razzista o con il razzista?), e di dare vita a un vero personaggio la cui ignoranza e ingenuità diventavano

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