In ogni scrittore autentico se ne avvicendano vari. Di questa facoltà Fernando Pessoa ha fatto una sorgente immaginaria, sparpagliando negli eteronimi la sua produzione e attribuendo loro delle biografie a tutto tondo. Su Antonio Tabucchi proviamo a indirizzare uno sguardo analogo, ancora più letterale: in lui ci sono stati, sotto lo stesso nome, tre scrittori in conflitto fra loro nel tempo. 

Se la pagina di Tabucchi viene spesso tacciata in blocco di essere derivativa, il giudizio è calzante per quei romanzi che iperletterari non paiono: Piazza d’Italia (1975) e Il piccolo naviglio (1978). Componimenti misti di storia e avventura (le peripezie dei “vinti”, contadini e anarchici in Toscana dall’Unità d’Italia alle guerre del Novecento), celebrano silenziose epopee di lotta di classe nel segno della lunga durata. Dietro c’è una linea italiana del romanzo storico che Tabucchi padroneggia: ma, per raccontare la resistenza popolare da un’angolazione inedita, si guarda di più al realismo sospeso di Collodi, al romanzo d’avventure ottocentesco (Verne, omaggiato in Il piccolo naviglio) e soprattutto alla letteratura iberoamericana: non certo all’immobilismo problematico dei personaggi di Verga, Pirandello e De Roberto. Se si riapre Piazza d’Italia, il lettore con un po’ di memoria nota che Tabucchi, con una perspicuità che nessuno scrittore italiano di mia conoscenza aveva all’epoca, saccheggia originalmente Guimarães Rosa, Amado e García Marquez: il frasario incline a sentenze sapienziali, la concezione della Storia come una lotta fatalista fra padroni e schiavi, una grana surreale sebbene non apertamente magica che movimenta la dialettica storica (e lo distanzia dai coevi romanzi neostorici di Consolo), un certo miscuglio estetizzante di predominanza del caso e oscura predeterminazione dei suoi eroi. Ne risultano due libri appassionanti, esercizi di stile liberi dalla freddezza degli sperimentalismi: e insieme, vicoli ciechi.

In tutto Il gioco del rovescio, con una radicalità che le successive raccolte di racconti attenueranno, troviamo personaggi alla deriva, composti della somma dei loro non-detti

A capirlo per primo è Tabucchi stesso, che con lo studio sistematico di Pessoa, al volgere del decennio, sceglie di ispirarsi a lui per uscire dall’impasse. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta Il gioco del rovescio (1981), troviamo

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