Qualche settimana fa, a Parigi, il cielo era pieno di polvere e di luce. Un artista cinese, Cai Guo-Qiang, ha fatto “esplodere” la facciata di un edificio con la grazia di un gesto rituale, con quella polvere da sparo che non distrugge ma disegna nello spazio l’idea che tutto — anche l’architettura — è destinata a dissolversi. Il Centre Pompidou, da quando è nato, non è mai stato soltanto un edificio: è sempre stato un’idea in movimento, una macchina del respiro urbano, una scatola trasparente piena di sogni, di cavi, di persone che salgono e scendono come molecole di un organismo luminoso.

Renzo Piano e Richard Rogers, con la partecipazione di Gianfranco Franchini, lo fecero costruire come si costruisce una promessa. Così nacque il Pompidou: un edificio che non vuole essere un edificio, tutto viscere, tutto tubi colorati e scale mobili che portano non si sa bene dove, ma sempre più in alto, sopra Parigi, sopra la città delle pietre grigie e dei tetti di zinco.

Quando aprì si disse che era una rivoluzione. Era come vedere

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.