C’è un’immagine, nell’Album Morante, in cui Elsa tiene in braccio un gatto rosso, lo sguardo di entrambi è rivolto a qualcosa che accade fuori campo, alla loro sinistra. Questo incontro mancato con l’obiettivo fotografico rivela più di quanto non nasconda. La visione, sembra dire la postura della scrittrice, non si può mai dare per davvero senza anche sottrarsi. È proprio questa obliquità a fondare la particolarità del libro, che non ambisce né a spiegare Elsa Morante né a racchiuderla in un profilo riconoscibile, ma a renderla visibile nel suo modo di stare al mondo, nel suo continuo oscillare tra esposizione e sottrazione, tra adesione al sensibile e rifiuto di ogni dogma. 

«Si dice che l’idea di questo album», spiega in apertura il curatore Emanuele Dattilo, «risalga al novembre del 1985. Dopo il funerale di Elsa Morante – così mi ha raccontato Goffredo Fofi – alcuni amici hanno pensato di raccogliere insieme le molte fotografie che erano in casa Morante, ritenendo che se ne potesse fare un bel libro commemorativo». Affidato alle cure di Patrizia Cavalli (per Morante tra i pochissimi, insieme a Saba e Penna, a potersi definire poeta), questo lavoro di selezione fotografica, compilazione di didascalie e accreditamento degli scatti non fu mai completato, forse proprio per l’ambizione che lo animava: quella di sottrarre il ritratto di Elsa alla morte.

Elsa Morante a Capri negli anni Quaranta © Archivio Elsa Morante, per gentile concessione degli eredi.

L’Album oggi pubblicato da Einaudi non si presenta come una biografia illustrata o come un repertorio iconografico ordinato. È un

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