Che il corpo sia la questione chiave dell’immaginario attuale è indubitabile: possiamo fare esperienza di qualsiasi attività tramite uno schermo, dalla lezione universitaria al fitness, ma quello che (ancora) non siamo in grado di fare è sentire l’odore (per fortuna, nel secondo caso, ma forse anche nel primo) di chi si muove dall’altra parte dello schermo. Quello che ci differenzia dall’AI è al momento il suo assetto non organico: se può avere un corpo, ed è quanto accade ad esempio in uno spettacolo dei Rimini Protokoll, Uncanny valley, andato in scena lo scorso settembre al festival Short Theatre di Roma dopo una fortunata tournée europea, questo corpo non è biologicamente senziente, non ha bisogno di andare a fare la pipì o di asciugarsi le lacrime. E d’altra parte lo scrittore tedesco Thomas Melle, che ha prestato al robot non solo le sue sembianze, ma la sua mente (il robot aveva nella calotta cranica un dispositivo elettronico con in memoria tutta la produzione di Melle e dichiarava di parlare solo con le sue parole), spiegava in un video di scena che era stata proprio quella, la ragione della necessità di un avatar: le crisi depressive e i momenti d’ansia talvolta gli avevano impedito di fare presentazioni dei suoi libri, o comunque gliele avevano rese più difficili e pesanti.
In un saggio uscito un paio d’anni fa per l’editore Laterza, Gender tech. Come la tecnologia controlla il corpo delle donne, al di là della questione di genere che ne orientava la prospettiva, la domanda che si poneva Laura Tripaldi, la scienziata autrice, ruotava attorno alla questione del rapporto, da sempre aggrovigliato, tra natura e cultura, tanto più Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti