Noi di Snaporaz lo sapevamo. Qualcuno – a denti stretti – aveva buttato lì una previsione. Aspettavamo l’autore al varco, e finalmente, dopo un serie di prove “milanesi” convincenti ma non esplosive, Giovanni Verga ha sfoderato il romanzo dell’anno. 

Ed è un libro bellissimo, urgente, necessario. 

Soprattutto, è un libro siciliano fino al midollo. I Malavoglia sta conquistando pubblico e critica – potete scegliere se fidarvi della rapsodica fascetta a firma di Nadia Terranova o della postfazione di Stefania Auci – e vedrete che tempo un paio di settimane avrà scalato le classifiche con la forza di una tempesta venuta dal mare di Aci Trezza.

La storia è di un’icasticità esemplare. Verga con la sua prosa espressivista ci trascina nelle pieghe più intime della famiglia Toscano, detti «Malavoglia»: umili pescatori in lotta non solo con la povertà e la natura, ma con la spietata indifferenza della società che li circonda. Roberto Saviano si è affrettato a darne una lettura al calor bianco, soffermandosi sulle gesta del contrabbando che innervano il racconto, mentre Alessandro Giammei ha coniato la definizione di «romanzo də vintə», che ci pare quanto mai calzante. Chiara Valerio ne ha peraltro segnalato in un post su Instagram gli aspetti «corali» e «intersezionali», con un vertiginoso accostamento tra l’asino di compare Alfio Mosca (il carrettiere che vive una sfortunata storia d’amore con Mena, la figlia di mezzo in casa Malavoglia) e il destriero di Lady Oscar – ne è venuto fuori un foltissimo thread dove gli utenti si divertono a scovare analogie tra l’asino verghiano e altre cavalcature letterarie del calibro di Miching Mallecho (il purosangue di Andrea Sperelli nel Piacere) o la più domestica Titina (che trasporta quel maranza di Capitan Sciaralla nei Vecchi e i giovani di Pirandello). 

I Malavoglia, non c’è un modo più affettuoso per dirlo, costruisce un universo dove la modernità non esiste, eppure la tensione tra destino e scelta, tra sogno e disillusione, ha il sapore crudo delle migliori storie del nostro tempo. Il clamore mediatico che ne ammanta l’esordio è stato paragonato a quello di

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