Non bisogna esagerare e bisogna stare attente a non rovinarsi.
Quando ho iniziato a praticare uno sport di forza – il sollevamento pesi – l’avvertimento che ho ricevuto più spesso e con più preoccupazione è stato: “Non esagerare e stai attenta a non rovinarti”. L’ipotesi di rovina riguardava innanzitutto la possibilità di uno sviluppo muscolare che mi avrebbe reso meno femminile, più mascolina, allontanandomi dall’ideale estetico di donna minuta fragile e delicata: bisogna conservare la pura bellezza adolescenziale. Sono venuta a contatto con contenuti molto rassicuranti sulla pratica dello sport e sulle donne: l’obiettivo della comunicazione è tranquillizzare le donne assicurando loro che la pratica dello sport e l’allenamento della forza non avranno effetti mascolinizzanti sui loro corpi, anzi… grazie all’allenamento mirato e funzionale riusciranno – finalmente – a rimpicciolirsi e ad avere quell’aspetto tonico ma magro tanto agognato.
Nel suo ultimo saggio, C’era una volta il corpo, Walter Siti chiede a un amico se considera più scopabile un ballerino maschio o una bodybuilder femmina. L’amico, di comprovata fede etero, ammette: il ballerino. Perché è più armonioso, ha la vita stretta, ha linee più morbide e meno esagerate. La bodybuilder (una tra le più famose del mondo) è, invece, inscopabile: possiamo a questo livello di sviluppo muscolare definirla ancora donna?
Ho capito troppo tardi che “rovinare” il proprio corpo con lo sport, quando si parla di donne, significa rendersi meno attraenti sessualmente: ho provato a spiegarmelo facendo ricorso a ogni mia capacità interpretativa e a quello che ho imparato a scuola e all’università su canone e bellezza, ma la verità è che una donna muscolosa smette di sembrare debole e adolescente. Un corpo che viene trasformato consapevolmente con l’obiettivo di performare per sé non è più attraente perché non è dominabile (sovrastabile).
Ho da subito appreso che gli sport possono essere buoni (danza classica, ginnastica ritmica, pallavolo) se conservano la mia femminilità e cattivi se la femminilità la diminuiscono (ginnastica artistica, nuoto, pattinaggio di velocità).
Su questo terreno di insicurezza molto millennial ha potuto incistarsi l’ideologia del fitness al femminile: un’attività fisica forsennata mi avrebbe fatto perdere il peso che mi separava dalla versione migliore di me, senza rovinarmi; mi avrebbe permesso di mangiare senza che la colpa della fame (sempre emotiva o isterica) avesse effetti deleteri sulla quantità di spazio che il mio corpo occupava. Una strategia punitiva, che settava bene le sue regole e le sue ricompense, che avrebbe senz’altro aumentato il mio tasso di scopabilità.
Noi donne millennial, cresciute convinte che l’unica competizione possibile fosse per essere le più scopabili e che la competizione fosse di per sé tossica, abbiamo mai avuto il dubbio che il rifiuto sistematico dello sport in quanto competizione ci stesse togliendo un’agentività di cui avremmo avuto bisogno?

Quando oggi vedo sui social atlete che vincono medaglie, che sudano, che competono con make up waterproof e unghie con i colori delle bandiere dei loro paesi – iperfemmine che hanno fatto della rovina del corpo e dell’esagerazione un’estetica ben definita – non posso non pensare che l’unico corpo di atleta che ho percepito prima di Instagram è stato quello di Federica Pellegrini: una donna vincente, certo, si discuteva a tavola, ma rovinata dallo sport che praticava, resa un uomo dal nuoto (ma c’è un lieto fine: la televisione l’ha reintegrata grazie a Ballando con le stelle, come è successo anche alla campionessa di rugby Ilona Mahler: uno show in prima serata finalmente dimostra che anche le donne mostrificate, virilizzate, possono mettere la gonna e ballare).
Ciò che sta capitando ora sui social rispetto alla pratica dello sport e in generale dell’attività fisica al femminile mi sembra seguire due direttrici ben definite: da una parte vedo che le atlete iniziano a comportarsi come star, mantengono una comunicazione verticale con le proprie community e rendono estetiche le competizioni sportive, posizionandosi realmente come iperfemmine che hanno esagerato tutto: dal make up alla scelta dell’outfit, passando ovviamente per lo sviluppo muscolare. Condividono con orgoglio i successi, mostrano allenamenti duri e routine di disciplina e costanza, in cui fatica e sacrificio hanno un valore reale. Dall’altra vedo le fit influencer che invece scelgono una comunicazione orizzontale, rassicurante, che si basa più sulla condivisione dei fallimenti e delle proprie insicurezze. L’attività fisica principalmente aiuta a dimagrire (vedersi meglio) e gli esercizi servono per avere un culo alto e sodo, la pizza il sabato sera è meritata, l’indulgenza verso se stesse nel giorno di allenamento saltato è esibita, perché bisogna ascoltare il corpo e accettare la propria debolezza. Non ci sono tanti successi reali in queste narrazioni, e lo storytelling a volte non tiene: il corpo non è ancora considerato come soggetto che fa, ma come un oggetto che subisce le decisioni della testa.
Nella prima parte di Corpo, umano di Vittorio Lingiardi, “Il corpo ricordato”, il viaggio nel corpo parte proprio dal presupposto che non esiste una separazione tra corpo e mente, anzi, che la mente si forma proprio a partire dalle sensazioni del corpo: «Non solo la separazione mente-cervello è mitica e fittizia, lo è più in generale quella mente-corpo (…) Anche il corpo è mente, non solo il cervello». Ecco, questa bella idea mi è sembrata per anni solo vera a metà. Il mio corpo non aveva contribuito a formare nessuna mente, anzi, la mia mente esisteva nonostante l’ingombro del corpo. Avrei voluto controllarlo, piegarlo a quello che volevo facesse per me, ma solo per compiacere lo sguardo altrui. Io in fondo il corpo non lo volevo. Desideravo di potermene liberare del tutto, e allora avrei accettato di essere solo pensiero: un’idea di donna.
Ma finalmente si cresce. Forse continuo a essere ossessionata dal corpo, ma non più passivamente: mi sembra di sperimentare per la prima volta un corpo che fa, che agisce per se stesso, ed è una scoperta che mi riempie di entusiasmo. «Sono come quegli ipocondriaci» – scrive Lingiardi all’inizio del suo libro – «che sentono il corpo come un oggetto assillante e ambiguo, ma vivo e sempre sensibile».