Maggio inizia, il semestre si avvia alla fine. È arrivato ormai il caldo e sembra di essere a giugno. Entro in aula e gli studenti sono quasi tutti in maniche corte, qualcuno azzarda gli shorts. Io ho una Lacoste blu (la più seria delle polo, ma mette pur sempre in mostra i bicipiti – mio marito, irridente: «bravo, vai in palestra e tieniti in forma, che fai una vita sedentaria»), jeans scuri, converse blu anche loro («ma tu quand’è che la smetti di vestirti come un ragazzino?»). Due studentesse in prima fila mi guardano, si guardano, percepisco chiaramente la loro perplessità prima, poi una certa disapprovazione. Mi sembra di leggere sulle loro labbra, o nel loro pensiero, la parola «professore», che intrattiene una relazione di contiguità con «cinquantenne», richiama proditoria «età, una certa età, a quella età», è pronta a cadere con un rumore di femori infranti nella buca di «vecchio». Ma forse è appunto «professore» che si impone, ci sono senz’altro miei coetanei a cui è consentito, per attitudine o circostanze, di andare vestiti allo stesso modo; e oltre alle braccia un po’ più gonfie della media dei miei colleghi (non è che ci voglia molto), quello che turba le due studentesse devono essere anche le scarpe, con i loro semi parallelamente sconvenienti, nell’aula B1, della sportività e della giovinezza fuori tempo. 

Avrò delle colleghe coetanee che giocano a sedurre con la sensualità morbida o allusiva del loro outfit platee di esaminandi laureandi dottorandi? Scollature e vestiti attillati, proprio come le mie maniche strette intorno ai bicipiti, sono messaggi rivolti a chi?

Il corpo di chi insegna dovrebbe essere, forse, desessualizzato. Più precisamente, sono ammessi, consentiti o addirittura imposti i segni di una certa maschilità; ma dovrebbero essere i segni in cui la maschilità si sublima subito in ruolo, parla di potere, autorevolezza, paternità, chiede l’abito che copre e nega l’esibizione del corpo, come se giacche, camicie e cravatte poggiassero su manichini di polistirene, fossero stati prelevati dalla vetrina di un negozio e trascinati dietro una cattedra. Il potere in generale, e ben al di là dell’accademia, ha un’ovvia carica erotica, ma è una carica che annulla immediatamente il giudizio sui corpi in sé, transustanziati nel miracolo dell’estetica sociale, e così rende attraenti, ma solo per simboli e in modi indiretti, dirigenti pelati e sovrappeso color ittero, ministri decorati di porri, che somigliano a Brontolo o Pisolo, presidenti con il riporto o il parrucchino, l’andatura bolsa, il cerone in faccia che opacizza senza riuscire a cancellare il doppio mento e le pliche di carne sul collo. Parlo, naturalmente, di corpi maschili – perché il corpo di una mia collega cinquantenne, per attraente che sia, produce, davanti a un pubblico di ventenni, un flusso di energie nelle quali mi è poco chiaro quale spazio possa avere il desiderio. Immagino bene che quando entra in aula B.,

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