Un tempo gli oggetti avevano un compito preciso: dire chi eri, da dove venivi, quanto valeva la tua famiglia. C’era il tavolo al centro della casa, come un altare, e attorno si mettevano le persone, sempre nello stesso ordine – il padre, la madre, i figli. Ogni cosa serviva a tenere insieme quel mondo chiuso, fatto di regole, di ordine, di moralità. Ma poi quella casa si è sciolta, come si sciolgono le cose quando non hanno più un senso. Allora gli oggetti si sono liberati. Hanno perso l’anima che gli avevamo dato, e forse ne hanno trovata un’altra. Hanno cominciato a vivere da soli, a fluttuare nello spazio, senza più dover rappresentare niente. Si sono messi a giocare con la luce, con le ombre, con la forma. Non per decorare, ma per respirare. Nel corso del Novecento ne sono entrati tanti nelle case, oggetti diversi ma, almeno in un primo tempo, molto disciplinati: sedie leggere, lampade di tutte le forme, frigoriferi colorati. La televisione, invece, non è mai stata disciplinata. Prima è entrata nei luoghi pubblici, nei bar, e poi velocemente è irrotta nelle case. Vi è entrata come una presenza ambigua, un animale elettrico, un rettangolo luminoso capace di cambiare la postura dei corpi e la direzione dei pensieri. Non è stata soltanto un’innovazione tecnica. È stata una mutazione dello spazio.
Nella metà degli anni Cinquanta, quando comincia a diffondersi, non porta solo immagini in movimento: porta un nuovo centro gravitazionale. Prima della televisione la casa aveva fuochi antichi. Il camino, Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti