Il libro di John Oakes Il digiuno. Storia, scienza e filosofia del fare a meno (edito da il Saggiatore nella traduzione di Andrea Libero Carbone) si apre con un’immagine vagamente enigmatica: dopo due giorni di digiuno l’autore si ritrova «nell’inconsueta condizione di esaminare con profondo interesse un limone solitario che se ne stava in un cestino sul tavolo della cucina». Non aggiunge altro, non spiega cosa fa scattare il “profondo interesse”, né tantomeno a quali epifanie può portare l’esame del limone. Non menziona però neppure alcuna voglia di nutrirsene, né rammarico per non poterlo fare: si limita a guardarlo.

Ma, anche senza digiunare, avere un rapporto che non va oltre il visivo con il cibo non è esperienza così rara nella contemporaneità, in cui le immagini di alimenti sono una presenza costante sui nostri schermi. Da qualche anno è diventato molto diffuso il concetto di food porn, proprio per indicare la pratica di condividere immagini di piatti studiate per apparire il più possibile invitanti. Il food porn va forte sui social, che del resto ci agganciano stimolando

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