Mio padre era un uomo che sapeva il fatto suo. Ma il fatto suo, quello che lui sapeva, era sbagliato. Mio padre riteneva di avere fiuto per gli affari: se la nostra infanzia – eravamo due fratelli e una sorella, nati nel giro di cinque anni – non trascorse nella miseria, fu solo perché mia madre – che non so se allora già sapesse il fatto suo, ma aveva capito alla perfezione il fatto del marito – rinunciò presto al suo sogno di fare la madre casalinga e s’impiegò presso un negozio di articoli tecnici in gomma, diventandone nel giro di pochi anni – grazie alla sua saggezza contabile, che le permise di raddoppiare il profitto benché il volume d’affari fosse quel che era – la direttrice; e non permise mai a mio padre, che pure ci provò più volte, di accedere al suo conto corrente. D’inverno, per risparmiare sul riscaldamento domestico, noi bambini trascorrevamo i pomeriggi nel magazzino del TUTTOGOMMA tra rotoli di tubi per innaffiare, relle di giacche in tela cerata, pile di sudovest e di secchi colorati, scatoloni di guanti da lavoro, mucchi di metri quadri di prato sintetico, e così via. Lì facevamo i compiti – di malavoglia, come tutti i bambini – e poi giocavamo a travestirci, ad arrampicarci sugli scaffali, a nasconderci negli anfratti, a costruire pupazzi-robot, a fabbricare marionette con i guanti per lavare i piatti. Quanto a mio padre, non si può dire che il suo lavoro di rappresentante di tappi per bottiglie da vino non gli rendesse bene; ma, a parte che col tempo sempre più spesso tornava a casa brillo, se non francamente ubriaco – sarebbe stato inopportuno, diceva a sua discolpa, rifiutare le cortesie dei clienti –, credo che in tanti anni nemmeno un soldo del suo stipendio e delle sue provvigioni sia stato speso per la famiglia: un anno si mangiò tutto in borsa, un altro entrò come socio in un cantiere che poi si scoprì essere di proprietà della ’ndrangheta, un altro ancora prese un negozio di scarpe e lo affidò a un amico suo che piangeva sempre il morto e poi sparì con la cassa, e non sto a contarvi il resto. Quando il più piccolo di noi, cioè io, compì i diciott’anni, nostra madre pretese il divorzio, dipinse nostro padre al giudice come uno sciagurato che era sempre vissuto alle sue spalle, e finì di spolparlo facendosi assegnare la casa. Salvo scoprire quasi subito che era gravata da tre diverse ipoteche: ma all’epoca c’erano ancora le banche locali, le casse di risparmio, le casse di credito agricolo cooperativo – la nostra è una cittadina di quarantamila abitanti persa in mezzo alla Pianura Padana – e le fu facile insinuare, non senza prove, parlando con i direttori, che le pratiche erano state svolte con leggerezza, per amicizia dei funzionari col cliente, o in cambio di favori e regalie, e che insomma se loro non ci avessero messo una pietra sopra sarebbe stata lei a far scoppiare uno scandalo. Appena chiusa la faccenda vendette la casa, comprò il TUTTOGOMMA, ricavò abusivamente una stanza-cucina-cameradaletto e un bagno in un angolo del magazzino – noi figli intanto studiavamo a Torino, a Parma, a Padova: lei pagava le tasse e i libri, noi stavamo in collegi di preti dove bastava non mancare una sessione e prendere sempre trenta e lode per avere l’alloggio gratis, e alle piccole spese provvedevamo con lavoretti: io facevo il cameriere, mio fratello trafficava in sostanze, mia sorella saltuariamente batteva – e cominciò a fare sul serio. Nel giro di due anni aprì un MONDO GOMMA a Lodi e un SUPERGOMMA a Vercelli. Nostro padre, che ormai era ridotto a dormire all’ostello dei poveri, la implorò di assumerlo: lei, inflessibile, arrivò al massimo a dargli qualche mancia per lavare le vetrine il giovedì. Il giorno prima dell’esame di Filologia germanica mi telefonò: «Ho ricomprato casa. Potete tornare». A me e a mio fratello fece un corso accelerato, e ci mise a dirigere i negozi di Lodi e di Vercelli – cacciando i due tizi che, a suo dire, fin dal principio avevano fatto la cresta su tutto; a nostra sorella comperò un negozio di abbigliamento, di quelli in cui uno straccetto di viscosa può arrivare a costare milleduecento euro. La rovina arrivò quando il suo amante storico, un ufficiale della finanza, si invaghì di una commessa lituana dell’Esselunga, e lei commise l’errore di mandare certi tipacci a sfasciargli a mazzate la Tesla: nel giro di una settimana i quattro negozi si riempirono di Fiamme Gialle che guardavano dappertutto, rovistavano ovunque, e favoleggiavano di inesistenti – ma secondo loro obbligatori – libri contabili. Partimmo di notte, col minimo indispensabile, su una Punto presa a noleggio in contanti, e arrivammo a Lugano alle prime luci dell’alba. Nostra madre diede a ciascuno di noi una mazzetta di franchi, ci disse di andare a divertirci, e ci diede appuntamento per la cena al Badalucci. Dopo uno spaghetto freddo al caviale, seguito da una millefoglie di spigola e fois gras, ci annunciò di aver deciso definitivamente di cambiare vita. La gomma è arcaica, disse in sostanza, il futuro è delle criptovalute; e per questa ragione da anni – non specificò quanti – aveva riversato in quel settore gli avanzi – non fornì cifre – della gestione dei negozi e delle attività connesse – non scese in particolari sulla loro natura. Non dovevamo temere per il nostro futuro. Noi tre saremmo tornati in Italia, ai nostri studi interrotti, e li avremmo completati – a mio fratello mancava la tesi, a me sette esami, a mia sorella quasi tutto: come avesse fatto a non farsi sbattere fuori dal collegio dai preti, non era un mistero per nessuno – mentre lei sarebbe rimasta in Isvizzera – disse così: «in Isvizzera» – per dedicarsi totalmente alla sua vera passione: far girare soldi, senza voler nulla sapere della loro provenienza e della loro destinazione. Per ragioni di sicurezza non si sarebbe fatta viva per un paio d’anni, forse qualcosa di più, probabilmente qualcosa di meno. Ciascuno di noi avrebbe avuto un conto corrente nuovo di zecca, sul quale sarebbero affluite mensilmente delle somme più che sufficienti a garantirci una vita dignitosa. Per le eventuali spese straordinarie – un’automobile, un viaggio di piacere, un vestitino particolarmente sfizioso – avremmo potuto rivolgerci a un avvocato – uno nuovo: l’altro era buono solo per litigare con le banche di provincia, e comunque scopava male – che avrebbe saputo come entrare in contatto con lei. Fuori dal ristorante ci abbracciò, ci diede le chiavi della Punto e salì su una berlina nera – apparsa improvvisamente dal nulla – guidata da un giovanotto con gli occhi a mandorla.
Fu l’ultima volta che la vedemmo viva. Quattro anni dopo, grazie alla mediazione del ministero degli Esteri, il suo corpo ci fu restituito dalle autorità di Singapore. Noi stessi, in quel frattempo, ci eravamo frequentati pochissimo. Alla cerimonia di sepoltura eravamo in cinque: noi tre, il figlioletto di mia sorella – «Non chiedetemi del padre», disse, «era un coglione come tutti» – e un anziano signore. Quando la parte commovente fu finita, e gli operai cominciarono a manovrare la benna, l’anziano signore si presentò – aveva un terribile accento romagnolo – e ci consegnò tre grosse buste di carta kraft, una per ciascuno. Le aprimmo, come l’anziano signore ci aveva espressamente richiesto, ciascuno a casa propria; e fu allora che capimmo che nostra madre era davvero una donna meravigliosa, una che sapeva il fatto suo, e che aveva fatto tutto quello che aveva fatto esclusivamente per il bene di noi, suoi figli.