Siamo nel 2025 e se ci serve l’opinione media, generica, da tema in classe o recensione dovuta su qualsiasi cosa – per esempio sui personaggi nella narrativa e la loro eclissi – lo possiamo chiedere all’AI di Google. Così veniamo a sapere che il “il personaggio postmoderno è spesso caratterizzato dalla perdita di una identità fissa e univoca, dalla sfocatura dei confini tra realtà e finzione, e dall’incertezza di fronte a un mondo in continua evoluzione”.
Ecco invece l’opinione di uno scrittore attivo in quest’epoca postmoderna in cui ci troviamo a vivere. Certo, è lui il primo ad ammettere che “non c’è la Verità, non c’è la verità oggettiva, la verità singola, la verità pura e semplice”. In compenso “ci sono Fatti, fatti oggettivi, discernibili e verificabili. E più fatti accumuli, più ti avvicini a qualsiasi verità ci possa essere”.
Lo scrittore citato si chiama Robert Caro e probabilmente non lo conoscete perché non è mai stato tradotto in italiano. La sua specialità sono gli eroi, gli uomini capitani di sé stessi e artefici del proprio destino, anche quando questo destino, inevitabilmente, finirà per schiacciarli.
A Caro, che viene dalla tradizione del giornalismo di indagine e denuncia, interessa soprattutto il potere, come lo si ottiene, cosa se ne fa e che effetti ha su chi lo subisce
Negli anni Sessanta, giovane giornalista newyorkese, Caro si rende conto del vero potere del Parks Commissioner della città, Robert Moses. Si rende conto che da diversi decenni tutte le decisioni importanti a New York, non solo sui parchi ma sulla viabilità, i trasporti, l’edilizia e quant’altro, sono prese da Moses, che controlla o può piegare al suo volere sindaci e governatori, oltre che avere dalla sua parte tutti i giornali che contano. A Caro, che viene dalla tradizione del giornalismo di indagine e denuncia, interessa soprattutto il potere, come lo si ottiene, cosa se ne fa e che effetti ha su chi lo subisce: decide quindi di scrivere un libro su Moses, cioè su un uomo che esercita un enorme potere sulla città senza essere mai stato eletto. Conta di metterci un anno; ce ne vorranno sette, sette anni interamente dedicati alle ricerche e alla stesura, anni di privazioni per Caro e per sua moglie Ina, l’unica sua vera collaboratrice.
Ma quando The Power Broker. Robert Moses and the Fall of New York finalmente esce, nel 1974, diventa un improbabile best seller. Il tempismo conta – New York allora è a un passo dal crollo, urbano, sociale ed economico –, ma conta anche il fatto che Caro riesce a rendere appassionanti non solo l’arco narrativo di Moses, da riformatore idealista a spietato demiurgo urbano, ma pure i tracciati delle autostrade e i regolamenti edilizi. Il libro è famoso e vende bene ancor oggi, malgrado New York alla fine non sia crollata e Moses sia stato parzialmente rivalutato: nessuno mette in dubbio la correttezza e la leggibilità del racconto di Caro.

Incassato il suo primo premio Pulitzer e la necessaria sicurezza economica, Caro riprende rapidamente a lavorare su un nuovo, ancor più ambizioso progetto. Il tema è sempre lo stesso, il potere, chi ottiene cosa, come e quando, un potere stavolta elettivo e “democratico”, e chi, secondo Caro, ha capito di più e meglio il potere, nell’America del ventesimo secolo? Non c’è dubbio: Lyndon B. Johnson (1908-1973), trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America, in carica dal 1963 al 1969. Caro inizia a scriverne la vita – una progettata trilogia intitolata The Years of Lyndon Johnson – nel 1975.
Non ha ancora finito, dopo cinquant’anni di lavoro. Poiché Johnson morì relativamente giovane, a sessantaquattro anni, l’impresa di Caro si sta pericolosamente avvicinando a una borgesiana scala 1:1, una vita volontariamente appiattita su un’altra vita in tempo reale (e non a caso Borges è uno degli autori postmoderni indicati dall’AI). Nel frattempo i quattro volumi usciti finora – The Path to Power (1982), dalla nascita fino all’unica elezione perduta, nel 1941; Means of Ascent (1990), incentrato sulla drammatica elezione al Senato nel 1948, che Johnson vinse per ottantasette voti sostanzialmente rubati; Master of the Senate (2002), che descrive come Johnson diventasse rapidamente uno dei senatori più potenti di sempre; e The Passage of Power (2012), in cui Johnson diventa presidente alla morte di John F. Kennedy – sono stati tutti best seller, hanno vinto un altro Pulitzer e due National Book Award, oltre che il premio degli storici americani, il Francis Parkman Award, e innumerevoli altri. Questi suoi lavori hanno ispirato scrittori come David Foster Wallace e Jonathan Lethem, e hanno cambiato radicalmente l’immagine poco esaltante di Johnson, largamente percepito come un presidente fallito e sbiadito, una specie di pausa fra i ben più interessanti Kennedy e Nixon, odiato a destra per i diritti civili e la Great Society, e a sinistra per il Vietnam, in quella di un presidente incredibilmente interessante, attivo e trasformativo come pochi altri nella storia degli Stati Uniti. Però il quinto volume, che dovrebbe coprire l’intera presidenza, non c’è ancora e Caro ormai ha novant’anni…
Sul fatto che Caro scriva drammaticamente bene dovrete fidarvi, ma non vi sarà difficile trovare in rete giudizi ben più autorevoli del mio. Sempre online troverete un lungo brano in cui descrive l’assassinio di Kennedy dal punto di vista di Johnson, che era nella macchina dietro, e lo descrive in modo tale che quando accade quello che sapevamo benissimo stesse per accadere, siamo lo stesso sorpresi
Nel 2019 Caro dà alle stampe Working, una breve raccolta di scritti sul suo metodo di lavoro. Alla base di tutto c’è il consiglio del suo primo caporedattore: “Leggi ogni pagina. Non dare niente per scontato. Leggi ogni dannata pagina” – e se per Moses c’erano centinaia di migliaia di pagine da leggere, per Johnson parliamo di milioni di pagine, in gran parte raccolte nella Presidential Library di Austin, e pagine lette più e più volte. E poi le interviste: quando Caro inizia a lavorare alla biografia di Johnson c’era ancora moltissima gente che aveva lavorato per lui ma anche che l’aveva conosciuto da giovane, nella poverissima contea del Texas in cui era cresciuto. Gente che poteva essere intervistata, guadagnandosene la fiducia, e per farlo era stato necessario andare a vivere per tre anni a Johnson City. Da quelle interviste era nato anche uno dei più bei capitoli del primo volume, “The sad irons”, che descrive in dettaglio quanto pesante fosse la vita quotidiana delle donne in una parte degli Stati Uniti in cui negli anni Trenta non c’era ancora la corrente elettrica, e come tutti fossero grati a Johnson perché, una volta diventato rappresentante al Congresso, nel 1937, fosse rapidamente riuscito a portare l’elettricità in quella backwater texana. E naturalmente, con i collaboratori del senatore e presidente, una sola intervista non era mai sufficiente, e quindi le interviste si accumulavano, solo che a poco a poco sono morti tutti…
Sul fatto che Caro scriva drammaticamente bene dovrete fidarvi, ma non vi sarà difficile trovare in rete giudizi ben più autorevoli del mio. Sempre online troverete un lungo brano in cui descrive l’assassinio di Kennedy dal punto di vista di Johnson, che era nella macchina dietro, e lo descrive in modo tale che quando accade quello che sapevamo benissimo stesse per accadere, siamo lo stesso sorpresi: una dote che per me indica il vero scrittore. Un’altra dote che spicca è l’essenzialità, che può parere controintuitiva per un testo che finora conta 2650 pagine, note escluse: mentre per singole giornate decisive bastano a malapena un centinaio di pagine, interi anni sono sbrigati in un paio. E, per esempio, nel terzo volume, che copre gli anni Cinquanta, ci viene detto molto sulla politica e la società americana, e in particolare sulle lotte per i diritti civili dei neri, ma certi nomi che uno si aspetterebbe di trovare, nomi che fanno epoca – che so, Elvis Presley, Marilyn Monroe, James Dean –, non ci sono affatto, perché non fanno parte del mondo di Johnson e degli altri potenti con cui ha trattato, il mondo degli uomini che prendono le decisioni che hanno davvero effetto sulle vite degli altri.
In definitiva, a parte un generico “talento”, cos’è che rende le biografie di Caro così eccezionali? In breve, il suo talento di autentico romanziere (da giovane era questa la sua aspirazione) e soprattutto di romanziere ottocentesco, ottocentesco nel senso che intendeva Luigi Baldacci quando sosteneva che «senza Ottocento non ci sarebbe romanzo» perché «l’Ottocento ci ha dato – e continua a darci – l’impressione di aver captato la vita, e il Novecento no. Quante volte i critici militanti dicono che quel tal personaggio non è riuscito perché non è vivo, non è vero. Senza avvedersene usano un parametro ottocentesco», quello del personaggio a tutto tondo di E. M. Forster o del “personaggio-uomo” di Giacomo Debenedetti, quello che «esibisce la placca dove sta scritta la più capitale delle sue funzioni, che è insieme il suo motto araldico: si tratta anche di te», una costruzione artificiale, certo, parte del patto fra narratore e lettore, ma in realtà ancora indispensabile, perché non c’è altro santo a cui «votarsi se non al vecchio, ma ancora vegeto, solerte, servizievole personaggio-uomo».

Di biografie belle e importanti ce ne sono state già tante, chiaro, e alcune non solo minuziose ma anche scritte molto bene. Quelle di Caro si distinguono non soltanto per la maniacale accuratezza della ricerca sulle fonti, ma anche per l’uso preciso di strumenti romanzeschi per strutturare la storia. Una volta stabilito che l’unica vera regola della storia come genere letterario è l’uso esclusivo di “fatti verificati”, Caro si riserva la libertà del romanziere nello strutturare la vicenda, proprio come facevano i grandi storici coevi dell’Età d’Oro del Romanzo – Michelet, Macaulay, Mommsen –, soprattutto nella creazione del personaggio-uomo al centro della storia.
Partendo dall’aforisma di Ralph Waldo Emerson, per cui se potessimo conoscere la vita di un uomo in ogni singolo dettaglio conosceremmo la vita di tutti gli uomini, e dalla sua più volte ripetuta convinzione che certo, sì, il potere corrompe, ma soprattutto il potere rivela, Caro crea due personaggi giganteschi, che illuminano e sono illuminati dal loro tempo, li circonda di una folla di altri personaggi fortemente caratterizzati, alcuni a tutto tondo come il protagonista, altri convenientemente piatti ma vivi, e in linea generale realizza la vecchia definizione (non ricordo di chi) del romanzo ottocentesco come genere “post napoleonico”. Un esempio “tecnico” è il ritratto che Caro fa di Coke Stevenson, l’avversario di Johnson nel 1948, un oscuro politicante texano che Caro trasforma in un autentico eroe western, un John Wayne prestato alla politica, un contraltare narrativo necessario all’energia demoniaca che il futuro presidente deve mettere in campo per batterlo.
Moses e Johnson sono due uomini che cercano il potere sopra ogni cosa, che sono disposti a tutto per ottenerlo, che lo usano senza troppi scrupoli, e che, entrambi, terminano le loro carriere da sconfitti – Moses eliminato da un uomo altrettanto potente e senza scrupoli, il governatore di New York, Nelson Rockefeller, Johnson costretto a rinunciare alla candidatura nel 1968 dopo che il Vietnam ha spaccato il partito Democratico.
La biografia di Benito Mussolini di Renzo De Felice, per dimensioni e ambizione può essere paragonata a quella di Caro, ma è sostanzialmente illeggibile. Non tanto per le opinioni, a volte discutibili, dell’autore, che resta uno storico serio e scrupoloso, ma per la sua incapacità di organizzare il materiale e per la sua mancanza di immaginazione narrativa
Senza sottovalutare Moses (il cui limite narrativo non è tanto di essere un personaggio locale ma di essere nato benestante), è il ritratto di Johnson quello davvero titanico, dove Balzac giunge a toccare Dostoevskij. Il bifolco texano che può contare solo su sé stesso e sulla sua capacità di fare tutto il necessario per arrivare, che distrugge gli avversari e consuma gli amici, e che una volta giunto al potere cerca di fare il bene e che in effetti lo fa – diritti civili, diritti di voto, welfare, protezione ambientale, immigrazione, persino un po’ di assistenza medica pubblica –, ma che alla fine è respinto dal suo stesso paese, è probabilmente il più grande personaggio letterario americano del tardo ventesimo e primo ventunesimo secolo. E anche per quelli come noi che non danno attivamente la caccia al potere è impossibile non identificarsi in Moses e Johnson e non riconoscere quella pulsione anche in noi stessi: indubbiamente si tratta anche di noi.
Termino con un riferimento italiano, anzi due. La biografia di Benito Mussolini di Renzo De Felice, per dimensioni e ambizione può essere paragonata a quella di Caro, ma è sostanzialmente illeggibile. Non tanto per le opinioni, a volte discutibili, dell’autore, che resta uno storico serio e scrupoloso, ma per la sua incapacità di organizzare il materiale e per la sua mancanza di immaginazione narrativa che fa sì che Mussolini, pure sempre presente, non viva mai come personaggio autonomo. Da questo punto di vista meglio Antonio Scurati, che ha avuto il coraggio, finalmente, di scrivere una storia del fascismo dal punto di vista del suo protagonista. Che poi non ci riesca per i suoi ovvi limiti di scrittore è tristemente evidente, ma non dovrebbe impedire di riconoscere il merito dell’idea, che infatti funziona brillantemente nella serie televisiva di Joe Wright, in cui non viene mai persa di vista la centralità del personaggio interpretato da Luca Marinelli.
Spero di aver descritto abbastanza chiaramente la natura epica dell’impresa di Robert Caro, tanto da convincere un qualche editore italiano abbastanza forte (ce ne saranno ancora?) da tentarne la pubblicazione, o se no invogliare quanti sappiano sufficientemente bene l’inglese, ma altrimenti pazienza, rimarrà il piacere del piccolo club di ammiratori di cui mi onoro di far parte.