Per il mondo editoriale la fine dell’estate arriva subito dopo il ferragosto, con le prime telefonate che colgono i protagonisti della filiera ancora al mare. Così, Stefano Paolocci, nell’ambiente soprannominato il Lungo per i suoi romanzi fluviali, riceve una chiamata quando ancora sta villeggiando in Toscana, sugli scogli di Quercianella.
– Pronto? – fa il Lungo, fingendo stupore ma già sapendo che deve trattarsi delle prime rotture di scatole lavorative.
– Buongiorno, – gli risponde un colletto bianco editoriale. – La disturbo per una incombenza da poco, anzi direi che è una vera e propria sciocchezza.
– Dica…
– Alla rentrée usciranno i nuovi racconti taglienti del nostro Colombino, e noi saremmo orgogliosi se lei potesse impreziosire l’uscita con una sua fascetta…
Paolocci resta per qualche secondo in silenzio: Adriano Colombino, soprannominato il Corto per la sua abilità nello scrivere racconti brevi, era un po’ la sua nemesi letteraria.
– Suvvia, non ci faccia stare sulle spine, – insiste il colletto bianco editoriale. – Le ricordo che in fondo lei e il nostro Colombino siete rappresentati dallo stesso agente…
Il Lungo conosce benissimo tutte le cose, positive e negative, che lo legano al Corto e che non gli consentirebbero un diniego senza passare per un villano che non conosce le regole d’ingaggio editoriali, tuttavia chiede tempo per rifletterci e interrompe la chiamata infastidito. Per un po’ fissa tetro le onde che s’infrangono sugli scogli di Quercianella. Che beffa che proprio a lui abbiano chiesto una fascetta pubblicitaria per il Corto. Che ci troveranno i lettori in quei raccontini anemici di tre paginette? Che ci azzecca lui, il maestro del postmoderno fluviale, il continuatore dei romanzi-romanzi onnicomprensivi, con quella prosa cianotica, strangolata?

Telefonate editoriali
Per un caso molto più comune di quello che si pensi nel mondo editoriale, nella stessa giornata, anche se stavolta sulle dune del mare di Sabaudia, Adriano Colombino, nell’ambiente soprannominato il Corto per i suoi racconti fulminanti, riceve una telefonata molto simile a quella appena ricevuta dal suo collega.
– Pronto? Chi Parla? – domanda il Corto, anche lui fintamente stupito da quella imprevedibilità prevedibile.
– Buongiorno, – gli risponde un colletto bianco editoriale. – La scoccio per una richiesta da nulla, una vera quisquilia…
– Dica…
– Alla rentrée uscirà il nuovo romanzo monstre del nostro Paolocci, e noi saremmo orgogliosi se lei potesse impreziosire l’uscita con una sua fascetta…
Colombino resta per qualche secondo in silenzio: Stefano Paolocci, soprannominato il Lungo per la sua abilità nello scrivere romanzi mondo, era un po’ la sua nemesi letteraria.
– Suvvia, non ci faccia stare sulle spine, – insiste il colletto bianco editoriale. – Le ricordo che in fondo lei e il nostro Paolocci siete rappresentati dallo stesso agente…
Il Corto conosce benissimo tutte le cose, positive e negative, che lo legano al Lungo e che non gli consentirebbero di tirarsi indietro senza passare per uno zotico che non conosce le regole d’ingaggio editoriali, tuttavia chiede tempo per rifletterci e interrompe la chiamata infastidito. Per un po’ fissa torvo le onde che bagnano le dune di Sabaudia. Che beffa che proprio a lui abbiano chiesto una fascetta pubblicitaria per il Lungo. Che ci troveranno i lettori in quei romanzi polpettone? Che ci azzecca lui, il maestro della scrittura affilata, il prosecutore del minimalismo, con quella prosa caotica, logorroica?
La fine delle vacanze
Sia il Lungo che il Corto terminano di malumore le rispettive vacanze estive, e tornano alle rispettive città, nei rispettivi studioli di lavoro, con una sensazione di malcelato fastidio. Che sarà mai? Entrambi non vogliono accettare che quella fascetta da scrivere sul nuovo lavoro del collega pesi come un macigno rispetto all’idea stessa di letteratura che hanno sviluppato nel corso degli anni. “E se avesse ragione lui?” si chiedono terrorizzati, mentre incolpano del loro improvviso quanto inspiegabile malumore certi dolori artritici, o la cucina sciapa della consorte, o perfino la situazione di stallo nella crisi geopolitica internazionale. “E se il Corto avesse ragione con quella sua ostinata e per certi versi eroica riduzione ai minimi termini?” si chiede di continuo il Lungo. “E se il Lungo facesse bene a coltivare l’ambizione di poter rappresentare tutto lo scibile umano?” si chiede di continuo il Corto. Sono dubbi che hanno la meglio per un periodo breve, prima di essere ricusati con stizza, ricacciati a forza nell’inconscio. In un battibaleno sia il Lungo che il Corto non solo riprendono pieno possesso delle loro facoltà intellettuali e creative, ma cominciano a trattare la rispettiva poetica con uno zelo ideologico mai provato prima, con un tocco sinistro da fanatismo religioso. Così il Lungo comincia a trovare insopportabile qualunque cosa gli rammenti anche solo lontanamente i concetti espressi dal Corto, e non solo i suoi raccontini: ad esempio, la corsa dei cento metri. Allo stesso modo, il Corto comincia a sviluppare una forma d’odio verso qualunque casa gli ricordi anche solo lontanamente i concetti espressi dal Lungo, e non solo i suoi romanzoni: ad esempio, le torte nuziali multi strato.

I festival letterari
Sorretti da questa inedita idiosincrasia, sia il Lungo che il Corto s’imbarcano nella nuova stagione dei festival settembrini, arringando la folla come dei Savonarola. Da Mantova il Lungo principia il suo sproloquio: “Io sono un intellettuale e in quanto tale esigo per me e per gli altri la libertà di opinione e di scelta, ma cari lettori come si fa a transigere sul racconto breve? Gode di pessima reputazione ed è insindacabile che gli editori non lo vendano, tranne che in certi casi bizzarri… Ditemi voi come si fa a prendere le parti di personaggi che non hanno il tempo materiale di crescere, di svilupparsi, di cambiare? Stanno costipati in tre paginette, perché il sadismo dell’autore non gliene vuole concedere di più. I racconti sono bare troppo corte, ai personaggi gli escono fuori i piedi. Che poi si dice sempre degli scrittori di racconti che hanno una scrittura chirurgica. Ma, diamine, siamo scrittori mica chirurghi”. Da Pordenone il Corto attacca il suo delirio: “Dico sempre che il gusto dei lettori è insindacabile e lo ribadisco, tuttavia non capirò mai come facciano a sorbirsi romanzi più lunghi di cinquecento pagine a cui un editor scrupoloso ne toglierebbe almeno quattrocentocinquanta, se tutto è raccontabile allora niente lo è, dov’è lo sforzo nelle scritture ipertrofiche dei romanzi che prescindono programmaticamente dal taglio adamantino della letteratura, preferendo all’artificio del montaggio una pagina disorganizzata come la vita? Vorrei avere l’autostima dei romanzieri massimalisti, che ci propinano i loro sbrodolamenti da grafomani, e anziché pagare uno psicologo per curare l’evidente disturbo si fanno pagare dai lettori. Non bastava già la Bibbia?”.
Ultime resistenze
Il tempo stringe, e una decisione riguardo alla stesura della fascetta per il nuovo lavoro del collega va comunque presa. Il Lungo va ripetendosi che lui, in quanto romanziere, è molto più letto del collega, anche se riconosce al Corto una sua nobiltà letteraria, una collocazione di nicchia che potrebbe essergli utile per togliersi dalle secche della popolarità senza critica. Di contro, il Corto riflette che lui, in quanto scrittore di racconti, è molto più rispettato del collega, anche se concede al Lungo una sua notorietà letteraria, una presenza fissa nelle classifiche di vendita che potrebbe essergli utile per levarsi dalle secche della bella reputazione senza pubblico. Alla fine, le fascette sono vergate e depositate. Quella del Lungo: “Adriano Colombino ha scritto un altro miracolo di chirurgia letteraria”. Quella del Corto: “Stefano Paolocci ha la pretesa di raccontare tutto il mondo, e il bello è che nei suoi romanzi fluviali ci riesce”. L’estate è finita, bentornati.