L’uccisione del drago di Dino Buzzati racconta questa storia: nel 1902 un possidente, il conte Gerol, viene avvisato da uno dei contadini che lavorano i suoi campi della presenza di un drago. Voci ne giravano da tempo, forse da sempre, ma stavolta il racconto è così preciso e dettagliato che il conte decide di andare a vedere. Si organizza la battuta di caccia: partono, in carrozza, alcuni uomini e anche un paio di signore – elettrizzate dall’idea di vedere per davvero, e da vicino, un essere favoloso. Salto il racconto del viaggio – pieno di segnali: la terra rossa e secca, le piccole frane eccetera – e arrivo alla fine. Il drago, che vive in una grotta, viene stanato con un’esca, una capra. Quando appare, avanzando con «un dondolio tremulo come di biscia» è deludente: «Non appariva infatti tremendo, il mostro, lungo poco più di due metri, con una testa simile ai coccodrilli sebbene più corta, un esagerato collo da lucertola, il torace quasi gonfio, la coda breve, una specie di cresta molliccia lungo la schiena». E una delle donne esclama: «“Oh, che brutto!” […] con evidente sollievo perché si era aspettata ben di peggio».
Il drago viene ucciso lentamente. Una fucilata lo prende a una zampa, un’altra in un occhio. Ma non muore, e si rintana. Viene trascinata sulla bocca della grotta una seconda capra, squartata e con una carica nelle viscere. L’esplosione squarcia il ventre del drago, e finalmente lo ammazza. Ma poi dalla grotta escono due draghetti, «due bestione pietose», «due piccoli rettili informi, lunghi non più di mezzo metro»: uno degli uomini, dopo un primo momento di stupore collettivo, li fa fuori con due colpi di mazzapicchio, spezzando le loro teste «come bocce di vetro».
La storia finisce qui? No. «Dal corpo del drago, carcame incartapecorito, si levavano ininterrotti […] due fili di fumo e nell’aria stagnante si attorcigliavano lentamente». Il conte Gerol tossisce e dice: «Mi è andato dentro un po’ di quel fumo». E tossisce, tossisce: «Una specie di fuoco colava nell’interno del suo petto sempre più in fondo». E qui davvero finisce, o piuttosto si interrompe, lasciandoci incerti sul destino del conte e dei suoi soci, il racconto.
Siamo vissuti in tempi illuministi: nei quali i mostri, gli antichi mostri, simbolo della credulità dell’umanità non ancora “adulta”, sempre immersa nella “minorità intellettuale”, hanno goduto di assai cattiva stampa. La società si è secolarizzata. Perfino la chiesa – ed è uno degli effetti perversi del Concilio Vaticano II – sembra aver abbandonato il proprio “mostruoso” immaginario (inferno, paradiso, vita oltre la morte, miracoli, dio uno e trino, angeli…) per radicarsi alla terra e al tempo presente e proporsi, in sostanza, come agenzia di servizi morali.
Eppure, negli ultimi cinquant’anni, abbiamo assistito a un prepotente ritorno di tutto ciò che appartiene all’irrazionale, al magico, al religioso, al soprannaturale – di tutto ciò che alla Ragione appare mostruoso. Mi rendo conto di essere un tantino onnicomprensivo, ma mi pare che dalla New Age al rebirthing, dal culto del corpo e dell’alimentazione, dal risorgere dei nazionalismi alle terribili guerre di religione (è una guerra tra teocrazie, in fin dei conti, quella che si combatte in Medio Oriente; mentre gli statunitensi si sentono un “popolo eletto” e i russi un “popolo santo”…), il minimo comun denominatore sia proprio l’attaccarsi a qualcosa che possa essere sentito come “sacro” (e quindi, inevitabilmente, “mostruoso”). Nell’arena politica, lo vediamo ogni giorno, nella forse postilluministica e forse già neomagica Europa è proprio il richiamo all’antico, all’originario, al nazionale, a ciò che fa di noi “gli angeli” e degli altri “i diavoli”, che raccoglie consenso. Perfino i ricorrenti richiami alla “scienza”, soprattutto in epoca postpandemica, hanno molto di magico.
Il fumo che esce dal cadavere del drago illuministicamente cancellato dal mondo, insomma, ci entra nei polmoni. Alla letteratura resta il lavoro di raccontare tutto questo, ed effettivamente lo fa: lo fa nelle forme – per carità, spesso semplicistiche – di tanto romance, horror, fantasy et similia (il cui grande successo non può essere liquidato come si liquiderebbe una qualsiasi sottocultura); e lo fa nelle forme più complesse di quelle narrazioni, spesso dal carattere epico – e quindi fondativo, quindi mitologico – che cercano, direi musilianamente, di raccordare il nostro essere fatti di carne, di paure ataviche, di coazione alla riproduzione, di appartenenza a una specie, e la splendida umana conquista della razionalità: dagli Increati di Antonio Moresco a Lo splendore di Pier Paolo Di Mino, da Dune di Frank Herbert all’opera di Ursula K. Le Guin.
La “morale” del racconto di Buzzati citato all’inizio non è che «i veri mostri siamo noi», o qualcosa del genere. È che il mostruoso va accettato, anzi va rispettato, va venerato e celebrato, va riconosciuto come componente della nostra umanità. Se non lo facciamo, si infiltrerà comunque in noi, e ci ucciderà.