Si scopa sempre molto vicini alla morte, per quel che ci riguarda. Oggi la vecchia che fino a ieri portava a spasso per le scale la sua acconciatura incongrua e che giorno dopo giorno, come un fantasma, scivolava fuori da quella porta col ridicolo ombretto azzurro sulle palpebre, la vecchia che da anni viveva da sola nella casa accanto e che condivideva con noi il muro della camera da letto, è crepata. È per questo che la cosa dello scopare e della morte, oggi, ha il gusto un po’ esasperante e spietato del raffronto esatto.
Se dalla sua parte di muro sognasse – che cosa sognano i vecchi, naturalmente, me lo chiedo solo ora, ma per qualche motivo sono convinto che le loro menti non partoriscano altro che orrore, deserti e incubi insostenibili – o se si liberasse lo stomaco lo ignoro; se alla nostra intimità, insomma, lei opponesse il suo bagno o il suo salotto – quel salotto che io, in uno slancio di generosità forse crudele, immaginavo tirato a lucido e perennemente addormentato: un salotto di nonna dalle imposte chiuse, separato dal resto della casa e pieno di oggetti contemplativi e impolverati, di cristallo, disseminati con devotissima cura fra le foto in bianco e nero bordate di lussureggianti cornici d’argento, il tutto disposto lungo interminabili mensole di defunte memorie; un secondo dopo, però, sapevo che il suo salotto non doveva essere un salotto del genere, che non poteva esserlo in alcun modo – o magari il suo minuscolo letto dickensiano.
Il gelido mormorio della sua televisione. Il gelido e incessante mormorio della sua televisione oltre il muro. Era quella l’unica cosa ad informarci che la vita, malgrado tutto, in qualche modo oscuro continuava, dall’altra parte. Eppure, quando la incontravamo sul pianerotto, le rare volte che la incontravamo davanti alla nostra porta con le sue palpebre azzurrate, marezzate come carne avariata, lei, con la sua forza o con la sua assoluta mancanza di forza, ci rassicurava: mai un rumore, diceva, dalla vostra parte; due tombe, diceva anche; e noi – lo so – qualche volta eravamo anche riusciti a rimanerci male, per quel commento.
Non riceveva visite: di questo era facile rendersi conto. Tolte quelle dell’infermiera nell’ultimo periodo, anzi, e della mensa a domicilio due volte al giorno, a memoria nostra non l’avevamo mai nemmeno sentita palare a telefono (la sua voce simile a un rarissimo verso della giungla). Dunque si poteva affermare – o potevamo pensarlo, potevamo addirittura averne paura – che da quando io e Laura ci eravamo trasferiti in quel condominio, la vecchia vivesse intrappolata in una solitudine bestiale e, forse, da quanto ci era dato immaginare (ma non solo), in totale simbiosi col suo apparecchio.
Non definirei insistente, martellante – tranne forse la notte, tranne alla fine – il nostro pensiero della vecchia oltre il muro. Ma stesi a letto, con quel lavorìo spaventoso simile alla sega di un falegname diabolico sempre dietro le orecchie, con quel chiecchiericcio lunare che calava come da un altro mondo, a volte non potevamo fare a meno di immaginare la sua vita, o ciò che qualcuno poteva ancora chiamare la sua vita. Macabro passatempo, in effetti; ma quelle fantasie, forse non così innocenti, benché venate di crescenti inquietudini non erano altro che un gioco, all’inizio. Il gioco ovviamente consisteva nel cucirle adosso una vita che fosse come un mantello, o una muta, qualcosa che la avviluppasse completamente in un bozzolo (bozzolo di vecchiaia: ora mi torna alla memoria questa espressione, letta tempo fa in un racconto). E come se davvero fossimo due scrittori, il nostro divertimento, la nostra meticolosa ispirazione, si concentrava tutta nel colmare ogni lacuna con la nostra intelligenza, sino a fabbricarle una seconda esistenza di modo che quella vecchia quasi morta dall’altra parte del muro – ma questo lo dico ora – smettesse di darci la caccia.

Tuttavia, bisognava pensare anche all’epilogo: dopo avergli costruito una vita, dico, dovevamo anche capacitarci dell’imbarazzante situazione attuale. Che avesse sguinzagliato nel mondo una prole così brutale, allora, dei figli che ora la ignoravano completamente, ci dicevamo, era una possibilità; ma una possibilità, certo, ne convenivamo semplicemente guardandola, evocando la sua astrusa capigliatura bionda o quella sua camminata da astronauta, quasi inconcepibile. Immaginarla morta sul divano, in ogni caso, colta dall’improvviso ammutolirsi del cuore, con l’infernale apparecchio finalmente brado e pronto a inghiottirla, era fin troppo facile. Senonché un certo punto la televisione si spegneva sempre.
Ma ben presto le regole del gioco cambiarono. Senza che ce ne rendessimo conto, prima, e poi molto velocemente, insieme al tracollo della sua salute (che fosse malata l’avevamo intuito, anche se non sapevamo di che malattia si trattasse; ma forse sbagliavamo ad attribuire il suo male a qualcosa, per così dire, di esterno), quello stupido passatempo era diventato qualcosa di molto più serio. E dico serio, e non importante, perché il serio dice già dell’importanza, mentre l’importanza, da sola, spesso tace del dramma. Quello che sto cercando di dire è che il nostro gioco si trasformò sotto i nostri occhi nel tentativo di tenere qualcosa alla larga. Si trattava, è chiaro, solo di una sensazione, ma di una sensazione che non volevamo intorno e che col tempo ci era diventata insopportabile, soffocante, e che ormai cominciavamo a sentire ingiustamente vicina; qualcosa di simile alla repellenza (che filtrava da dietro le nostre orecchie), alla repulsione e alla rabbia e alla muta rivolta, infine, che ispira la frequentazione obbligata di un moribondo al quale non ci legava alcun tipo di rapporto, se non qualche tonnellata di fatidico cemento. È difficile da ammettere, ma ora – ora che la vecchia è crepata, ora che ci ha liberato o che forse ci ha condannato – ora possiamo dirlo: dietro quel muro, credo, c’era la morte.
La morte! La morte… mio dio. Ma non è il momento di pensarci, non ora almeno, non così: questo era quello che ci dicevamo. Così cercavamo di scrollarcela di dosso. Via da quel muro, via da noi. Via dalla nostra casa e dalla nostra vita: via dal nostro lato della vita. Il nostro dibatterci, tuttavia, era piuttosto primitivo, questo va detto: simile, più che altro, all’incresparsi della groppa del cavallo che cerca di allontanare le mosche. E come lo scuotersi del cavallo, anche il tremore della nostra pelle era efficcace solo nel breve o nel brevissimo periodo: per allontanare l’osceno rumore fuori campo della morte, quel turpe e minuzioso accanirsi della morte sul corpo martoriato, già quasi spolpato della vecchia, noi cercavamo di darle più vita, e ci sentivamo altruisti. Iniziammo a scopare dispertamente. E scopavamo davvero con l’intenzione di tenerla in vita, o forse, più semplicemente, scopavamo come due conigli terrorizzati dall’abisso quando la vecchia esplodeva, sovrastando per una volta il flusso magnetico dell’apparecchio, in violentissimi accessi di tosse. Alla fine non so se le abbiamo regalato qualcosa o se glie l’abbiamo tolto. Se abbiamo allungato la nostra vita, se abbiamo guadagnato qualche mese o qualche anno o se ci siamo inutilmente consumati, appiattendoci come bestie contro quel muro.

Ho detto che ci capitava di incontrarla sul pianerottolo. Ma questo accadeva raramente, a dire la verità. Ora che ci penso, in effetti, in tutto questo tempo non dev’essere successo più di tre volte. So però che se fosse successo anche una sola volta di più, avremmo finito per offenderla, per risultare crudeli. Forse ci saremmo sentiti più vivi, o al sicuro, o anche solo meno vicini a quel muro. Ma so che saremmo risultati crudeli, e ora, in tutta onestà, non saprei dire se quella crudeltà era qualcosa che avremmo perseguito in modo deliberato, premeditato, o solo un effetto collaterale.
In quelle occasioni, sul pianerettolo buio, ad orari imprevedibili, succedeva che ci informassimo se dalla nostra parte facessimo troppo rumore, se in qualsiasi modo la infastidissimo. Ma non era educazione, la nostra, non era quello che si chiama buon vicinato. Quello che volevamo sapere davvero era se ci sentiva scopare. Con le nostre domande innocenti, falsamente disinteressate, quello che volevamo sapere era se anche lei sentiva, come noi sentivamo quell’alito di morte promanare dalla sua televisione, la nostra disperata protesta di vita, il nostro netto rifiuto a quell’orrore. Domandandoglielo con la massima ingenuità, con tutta l’ipocrisia di cui eravamo capaci – parole ambigue, sorrisi esagerati, gesti inappropirati – sapevamo, però, di comportarci come bambini: come due bambini maligni e dispettosi, che forse la infastidivano. Ma lei, ogni volta, diceva qualcosa come sono sorda, cari, fate pure tutto il chiasso che volete, e gli angoli della bocca, allora, le si allontanavano tremolando, in quello che non poteva essere altro che un sorriso, ma come per scusarsi. – L’idea che si scusasse per la morte, per la sua stessa morte imminente e dilagante, per il suo stato di quasi cadavere narcotizzato dalla televisone era assurda, ovviamente, ma non siamo mai riusciti a levarcela del tutto dalla testa: come se la vecchia si rendesse conto dell’oscurità abominevole che abitava la sua casa e sapesse che forse, forse, quell’ombra poteva anche risultarci sgradevole; o come se sapesse della nostra vita, invece, totalmente opposta, dall’altra parte. Dopodiché scendeva le scale, col suo monte di capelli oscillante, la sua giacca triste, estate che fosse o inverno, e chissà dove se ne andava: questo non glie lo abbiamo mai chiesto.
Che fosse sorda, ad ogni modo, doveva essere vero. A tutte le ore, a un volume infido e ipnotico, a noi toccavano le sue telenovela, i suoi telegiornali, la sua razione quotidiana di soma che, più che altro, era una trasfusione costante: l’apparecchio si animava al mattino e taceva la notte, e spesso dopo che noi, degradati al livello di animali dalla nostra attività di protesta (che in qualche modo speravamo rimpolpasse quel muro), ci eravamo già addormentati, sfiniti; un po’ come se fosse diventato lui, dopotutto, l’aparecchio dico, o la morte, il vero inquilino di quella casa.
Nel tempo – non dico di no – ci eravamo abituati, durante il giorno, a quel teatrino in sordina, ma all’inizio era stato tutt’altro che semplice. Ma si può lavorare, Cristo, con questo macello? Quando parlavo così (o Laura, sempre più moderata di me, parlava in modo simile) mi tornava alla mente un racconto di Abelardo Castillo, in cui il protagonista nevrotico, o reso nevrotico dall’abitare accanto a un manicomio e dai rumori che penetravano dall’altra parte del muro, finiva forse col perdere i suoi amici, i suoi buoni amici, quelli che ridono con me e forse mi amano. Ma questo non era il nostro caso. La verità, sciocca, è che durante il giorno, con un minimo sforzo, riuscivamo quasi a non far caso a quel rumore: il rabbrividente soffio elettrostatico della morte era mantenuto a un volume così corretto – strano: ora mi verrebbe da dire mantenuto a un volume così ragionevole; come ragionevoli, d’altronde, ora che è morta, mi sembrano tutti i suoi comportamenti – e dunque non glie lo si poteva rinfacciare. Ma la verità è anche un’altra, e cioè che oggi, oggi che quel sommesso vaniloquio è scomparso, è come se dall’aria della nostra casa e dalla notte e dal sole che entravano dal nostro balcone e dal sesso, soprattuto, e dal nostro riposo da questa parte di muro, sia stata sottrata una fibra, una cifra esoterica che per il momento – ma non ci metteremo molto, suppongo, ad abituarci, e con ogni probabilità sarà meglio – per il momento non fa tornare il calcolo della nostra intimità, e ci obbliga, forse anche più di prima, quando era viva, a pensare alla morte: a dispiacerci per la vecchia, cioè. Ma soprattutto per noi.