Nell’ambito della psicologia sociale, la controversa terror management theory aspira a comprovare per via sperimentale un dato di verità che conosciamo già tuttiquando alcune persone vengono esposte all’idea che la loro vita sia in pericolo, aumenta la loro propensione ad approvare politiche ostili a certi gruppi sociali considerati all’origine della minaccia (non importa quanto lacunoso sia l’impianto accusatorio). Ripetuti esperimenti su questo fronte confermano come gli individui attraversati dal timore della morte sviluppino un recondito bisogno di comunità, che si manifesta in primo luogo in modalità oppositiva, vale a dire sotto forma di pregiudizio contro altre entità collettive, nel convincimento, più o meno esplicito, che queste portino con sé il virus sociale della disgregazione. 

Psicologi e scienziati che lavorano in quest’ambito, specie se di lingua inglese, sono solitamente digiuni di letture mitteleuropee di inizio secolo scorso, che di questo tema sovrabbondano. Più in particolare, nella costellazione filosofica weimariana, Carl Schmitt, il giurista accusato, e non a torto, di aver prestato copertura intellettuale al regime di Hitler, aveva elaborato (ben prima di scoprirsi nazista) una teoria della politica incentrata su tale meccanismo

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