Può sembrare bizzarro che per discutere di un film, anzi di due, si parta dai titoli di coda. Eppure, grazie a questa strategia, abbiamo capito meglio la strutturale debolezza del film Leopardi. Il poeta dell’infinito (2024), diretto da Sergio Rubini e andato in onda in prima serata su Rai1 in due episodi. Altrettanto anomalo è riferirsi a fotografie e immagini d’epoca (quelle tratte dalla biografia della sorella Maria) per individuare cosa di problematico ha Zvanì. Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli (2025), diretto da Giuseppe Piccioni e apparso su Rai1, come l’altro, in prima serata il gennaio scorso. Non è un senso di purezza filologica che ci ha spinti all’indagine, ma una delusione. I vari difetti linguistici ed estetici provocano infatti una delle conseguenze più ferali in ambito artistico: la rottura del patto narrativo. La natura della quale non si manifesta in modo identico nei due casi: in Leopardi è scatenata da un’incuria linguistica che scadendo nell’anacronismo porta a effetti di comicità non preventivata (un po’ come quando si sentono uscire dalla bocca dei bambini delle inaspettate “cose da grandi”); in Zvanì è generata dal mancato rispetto dei corpi. In entrambi i film, Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti