Ossi di seppia è un libro di estiva vacanza? Può essere provocazione pensarlo per il libro del “male di vivere”, costellato di centoventitré “non”, alcuni molto memorati («Non chiederci la parola», «bene non seppi», «l’anello che non tiene»), ma va da sé che «La casa delle mie estati lontane», a Monterosso, è lo scenario principale dal “pomario” all’orto dei limoni, al “pozzo” con la cigolante “carrucola”, alla “rosa balaustrata”. Spiaggia e mare completano i riferimenti con una varia serie di “movimenti”, che negli anni di composizione delle poesie e poi di strutturazione del testo mutano assetto.
È probabile che al giovane lettore di un altro capolavoro estivo come l’Alcyone inizialmente si prospettasse una versione rocciosa del modello sabbioso e da pineta versiliese. Una lettera, naturalmente estiva, da Monterosso al primo dei suoi amici, Sergio Solmi, ce ne sembra dare avviso: «Ho rotto da parecchio tempo coi panismi imbecilli, con le snervanti dissoluzioni nel Tutto, e con tutte le forme di identificazione con l’esteriore, che avevano avvelenato la mia infanzia. Comincio a sillabare: Io» (4 agosto 1920). È il tempo delle più antiche poesie del futuro libro, forse proprio di quelle Riviere, poste in chiusura, e poi valutate dall’autore come una “guarigione prematura”, perché in quel testo a dominare è il richiamo della rete ammaliante del paesaggio: «Ed ecco che in un attimo / invisibili fili a me si asserpano, / farfalla in una ragna / di fremiti d’olivi, di sguardi di girasoli. // Dolce cattività, oggi, riviere. […] Ed un giorno sarà ancora l’invito / di voci d’oro, di lusinghe audaci, / anima mia non più divisa».
In realtà il libro a venire che impara a dire io progressivamente si configura come distruzione di quella “dolce cattività” e consapevolezza di un’inespungibile “anima divisa”. E il fatto che il libro si chiuda con un testo arretrato, ma cantante, trova la sua spiegazione in una lettera sempre agostana, al momento di chiudere il libro (12 agosto 1924) ad Angelo Barile: «All’infuori dei venti “ossi di seppia” il libro conterrà altre quindici liriche non tutte brevi – al contrario! – e assai varie; ce ne sono di più “cantanti” e consolate, del tempo di Riviere; l’immagine di me che verrà fuori dal volume le parrà forse meno coerente ma più vasta e complessa; e il sottoscritto ne uscirà in luce più come “troubadour” che come sofista o poeta da laboratorio. Ciò mi varrà gli strali dell’altra riva, caro amico: degli amanti della materia grigia cruda e nuda, stemperata sulla carta. Dei feticisti del “viaggio in inferno…”».
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