Il racconto dei racconti: una serie di pezzi in cui Luca Ricci introduce, analizza e ripercorre un racconto emblematico della letteratura; un altro modo per esercitare il diritto di critica, serbare la memoria e relativizzare il culto della novità.

Nei primi anni del secolo scorso un bambino scopre la sua sensibilità fantastica grazie ai vecchi mobili di una casa immersa nella campagna bellunese. Passa in rassegna i ritratti degli avi appesi alle pareti (che potrebbero essere le figure di altrettanti fantasmi), è tentato dall’esplorazione della soffitta e del granaio, e ama perdersi nel grande giardino alla ricerca di qualche elfo o folletto. Tra le cose che muovono di più la sua immaginazione ci sono anche il Piave, con le pozze profonde piene di trote e chissà quali altri segreti, e le montagne aguzze della Val Belluna, custodi di leggendarie scalate e rovinose cadute, favole sui boschi, sui pendii, sui ghiacciai. Quel bambino che ama giocare (iniziando in realtà il suo apprendistato letterario) si chiama Dino Buzzati. Più tardi, in un’intervista radiofonica del 1950 sarà lui stesso a ricordare il tempo magico dell’infanzia: 

Non è poi così futile come parrebbe la questione del fondo del letto. Certe sere, ci si ficcava completamente sotto le coperte e strisciando tentavamo di esplorare le negre cavità più profonde, là dove dormendo si tengono i piedi e anche più avanti. Ivi sono le massime tenebre senza remissione, così fisse e totali che ci spaventavamo. 

Da questo sentimento del mistero provengono alcuni dei migliori racconti fantastici del Novecento italiano, tra cui Eppure battono alla porta (1937), che Buzzati incluse in diverse raccolte (nell’ordine: I sette messaggeriSessanta racconti e La boutique del mistero). Eppure battono alla porta è un racconto perfetto per definire che cos’è e come funziona la tensione narrativa. Un gruppo di altoborghesi è riunito nel salone della antica e imponente casa dei Gron (Maria e Stefano coi loro figli, Federico e Giorgina, più l’amico di vecchia data Dott. Eugenio Martora). La descrizione della dimora stabilisce subito la polarizzazione su cui si reggerà l’intero racconto: silenzio/rumore. 

Era già notte e come al solito le imposte degli alti finestroni erano state sprangate. Pure dall’esterno giungeva un ininterrotto scroscio di pioggia. 

Dunque piove, e il rumore di questa pioggia riesce a penetrare dentro le spesse mura della casa e giungere come una confidenza inopportuna alle orecchie dei Gron. Nella conversazione, a un certo punto, entra un elemento che sembra irrilevante (ma già Sigmund Freud avvisava che una delle caratteristiche del perturbante è essere all’apparenza innocuo, quotidiano): i cani di pietra all’inizio del vialetto sono spariti. È la figlia Giorgina

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