Il racconto dei racconti: una serie di pezzi in cui Luca Ricci introduce, analizza e ripercorre un racconto emblematico della letteratura; un altro modo per esercitare il diritto di critica, serbare la memoria e relativizzare il culto della novità.

È bello quando una storia ci offre l’impressione di non poter essere scritta in nessun altro modo. Questa impressione – di rotondità, di armonia, di perfezione – la danno le narrazioni brevi molto più che le lunghe. Se noi pensiamo all’andamento di un romanzo, possiamo scorgere sempre svolgimenti alternativi. È vero, Emma Bovary trafuga dalla farmacia di monsieur Homais dell’arsenico e si avvelena, ma avrebbe anche potuto scegliere di non suicidarsi e magari tentare di riallacciare il suo rapporto con il giovane praticante notaio Léon o, chissà, con il ricco proprietario terriero Rodolphe… È normale caricare un romanzo di svolgimenti ipotetici, poiché le informazioni di cui siamo venuti in possesso riguardo a quella specifica narrazione sono ingenti, ed è logico che la nostra mente non la smetta di rielaborarle, immaginando altri sviluppi, altri intrecci, altri finali.

Un racconto invece darà sempre una sensazione definitiva che ci manleva dal congegnare soluzioni differenti. Questa compiutezza è il risultato di una narrazione breve, condotta in economia di mezzi, che opera per essere circoscritta, che vuole e deve essere limitata: un racconto non è altero, non può essere altro da se stesso. Mentre leggiamo, l’ipotesi è la prerogativa del romanzo, la necessità è la prerogativa del racconto. In un racconto, anche quando l’arbitrio è evidente, ci resta un senso di completezza; in un romanzo, anche quando la concatenazione degli eventi è stringente, ci sembra che tutto possa essere messo in discussione. Anche e soprattutto quando un romanzo è chiaro (sua prerogativa), la nostra mente rielaborerà la sua chiarezza soltanto come una delle piste possibili; anche e soprattutto quando un racconto è ambiguo (sua prerogativa), la nostra mente rielaborerà la sua ambiguità come qualcosa di permanente e indiscutibile (da cui deriva il paradosso che un romanzo si rilegge meno volentieri di un racconto, che un romanzo finisce con la fine, mentre un racconto inizia dopo la fine).

A tutto questo – oltre a molte altre cose, ovviamente – pensavo rileggendo Il pallone di Donald Barthelme, capolavoro di quella declinazione minoritaria del racconto Usa che può essere

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