Il racconto dei racconti: una serie di pezzi in cui Luca Ricci introduce, analizza e ripercorre un racconto emblematico della letteratura; un altro modo per esercitare il diritto di critica, serbare la memoria e relativizzare il culto della novità.

Sgomberiamo il campo da qualsiasi dubbio: gli scrittori amano scrivere di scrittori.

Prendiamo l’atto fondativo della letteratura italiana, per esempio. Il celebre indovinello dell’amanuense veronese parla proprio delle fatiche di uno scrivano, così i buoi sono le dita della mano, i campi sono i fogli che ha davanti, il bianco aratro è la penna d’oca e il seme nero è l’inchiostro. La scrittura allo specchio non è un capriccio (un canto del cigno?) postmoderno ma una pistola da starter. Appena superiamo certe secche pseudocritiche, che tendono a considerare la meta-letteratura come un ripiegamento ombelicale, è tutto un fiorire di storie di scrittori, l’intera letteratura mondiale ne è innervata, e il filone ha dato un contributo decisivo all’immagine che ci siamo costruiti rispetto alla figura di chi scrive. È come se gli scrittori avessero usato la loro arte per parlarci anche di sé stessi, e ci si dovesse muovere all’opposto di ciò che generalmente succede: non dalla realtà verso la creazione letteraria, ma dalla creazione letteraria verso la realtà.

Che cosa ci dicono, allora, tutti questi scrittori inventati più veri del vero? I Gustav von Aschenbach, i Martin Eden, le Jo March, i Paul Sheldon, i Nathan Zuckerman? Che lo scrittore è una creatura anfibia in grado di stare – di sopravvivere – sia dentro che fuori alla società.

Il posizionamento può consono è di traverso. Gli scrittori si mettono di traverso alla società che di volta in volta gli tocca in sorte, e da quella posizione particolare,

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