Il racconto dei racconti: una serie di pezzi in cui Luca Ricci introduce, analizza e ripercorre un racconto emblematico della letteratura; un altro modo per esercitare il diritto di critica, serbare la memoria e relativizzare il culto della novità.

Guy de Maupassant è riuscito a sopravanzare nelle vendite in Francia scrittori come Molière, Zola e Camus. Il fatto è tanto più esorbitante se si pensa che il pupillo di Gustave Flaubert – come forse troppo a lungo venne considerato – è famoso più per i suoi racconti che non per i romanzi: ne scrisse circa trecento in poco più di dieci anni – dall’esordio nel 1880 fino al 1892 – prima d’impazzire a causa della sifilide e spegnersi in una clinica di Passy. Eppure di fronte ai mostri sacri della letteratura francese, a molti è apparso come un gregario, un personaggio di secondo piano.

Flaubert non gli lasciò pubblicare nulla per dieci anni. Dopo dieci anni (tempi inverosimili per gli apprendistati letterari del XXI secolo, ma che comunque possono e devono farci riflettere), finalmente a Maupassant arrivò la lettera sognata da ogni aspirante scrittore. Flaubert, severo e rigoroso padrino, elogiava senza mezzi termini Boule de suif: «È un capolavoro. Sì giovanotto, né più né meno; è l’opera d’un maestro». La carriera letteraria di Maupassant nacque in quel momento – grazie a un’antologia di racconti sponsorizzata da Zola – e il giovane abbandonò ben presto la strada additata da Flaubert per percorrere la propria. Se Flaubert considerava la fase preparatoria importante quanto la stessa scrittura, Maupassant se ne infischiava di approfondimenti, appunti e scalette. Per Flaubert la letteratura era una grande pazienza almeno quanto per Maupassant una grande impazienza: il primo faceva di tutto per arrivare alla pagina preparato, il secondo non vede l’ora di scriverla. I due hanno approcci così diversi che si stenta a credere che uno sia stato l’insegnante dell’altro, ma è così che funziona se ci si trova di fronte a due scrittori di razza, due di quelli cioè che non sono disposti a negoziare sulla loro particolare natura letteraria. Diversi anni dopo toccò a Maupassant snocciolare consigli di scrittura, e quel che dice suona terribile e definitivo: «Non imitate, non ricordate niente di quanto avete letto. Per diventare personalissimo, non ammirate nessuno». 

La nuit (1887), uno dei più suggestivi tra i suoi contes fantastiques, ha un attacco memorabile, che è diventato il manifesto di tutti i notturni: «Amo appassionatamente la notte. L’amo come si ama la patria e l’amante, di un amore istintivo, profondo, invincibile». Ma già qualche riga sotto il protagonista senza nome si rende conto che «quello che amiamo con violenza finisce sempre coll’ucciderci». Che cosa fa quest’uomo che ha bisogno di girovagare di notte per sentirsi vivo? Apparentemente niente di eccezionale, si ferma al tavolino di qualche caffè-concerto che, nel fogliame, «sembrano focolari d’incendio». Poi la sera s’aggrava, la sfavillante Ville Lumiere diviene più tetra, e il nostro uomo indugia un po’ troppo nel Bois de Boulogne, dove viene colto da «un’emozione imprevista e possente, un’esaltazione del pensiero che rasentava la follia». Quando ripassa dall’arco Trionfale tutto è irreparabilmente mutato. Il movimento si è rovesciato nella stasi, il fracasso nel silenzio, il fulgore nell’oscurità: Maupassant è abilissimo a giostrare queste coppie antitetiche, fissandole in aree semantiche impeccabili. Soprattutto, non c’è più nessuno. «Non un passante, non un ritardatario, non un girellone (…) Nulla». L’elemento fantastico – Parigi che a poco a poco si spopola fino a diventare un cimitero – viene risolto razionalmente con una sostituzione: la notte fisica viene fagocitata dalla notte psichica dell’io narrante.

Qual è l’aspetto più entusiasmante? Non certo il finale onirico, da cui il sottotitolo Cauchemar, né la trattazione del personaggio, un semplice flâneur come se n’erano già letti, e di migliori, nelle pagine di Charles Baudelaire. Quindi? Maupassant viene salvato dalle carrette del mercato: «Avanzavano lentamente, cariche di carote, di navoni e di cavoli. Davanti a ciascuna luce del marciapiede le carote s’illuminavano in rosso, i navoni s’illuminavano in bianco, i cavoli s’illuminavano in verde; e passavano una dietro l’altra, quelle carrette rosso d’un rosso fuoco, bianche d’un bianco argento, verdi d’un verde smeraldo». In questo brano c’è tutto Maupassant, o almeno quello che conta. Una sensoriale e soprattutto sensuale esplosione di colori, e la percezione netta del movimento: si ha proprio l’impressione di vederli sfilare, quei carretti della frutta. Accendersi in ragione di una notte che diviene incredibilmente buia, inverosimile (con buona pace di Zola e delle Soirées de Médan). Non c’è un briciolo di pensiero nel Maupassant che conta, ma solo una stupefacente vigoria artistica.

Per decenni i critici hanno rinfacciato a Maupassant la mancanza di cultura, del riferimento dotto in grado di richiamare alla memoria altri libri. Già Edmond de Goncourt nel suo Journal annotava con stizza: «Maupassant non ha mai messo nei suoi racconti una frase che possa essere citata». La Francia aveva un grande autore ma ancora non sapeva scorgerne la paradossale qualità della scrittura. Alberto Savinio, in un libro bello e misterioso intitolato Maupassant e l’altro, lo scrisse senza mezzi termini: «Arrivare: scopo supremo dei racconti di Maupassant».

Incalzato dal deterioramento inesorabile dei nervi, di cui era perfettamente consapevole, Maupassant non cincischia, non allunga il brodo, non si perde in giri di parole: unico esempio in cui la frettolosità è un elemento decisivo della composizione. Maupassant tira via, ed è questo che offre alla sua scrittura uno stile. A ogni riga sembra ribadire un’evidenza che è lo spauracchio di molti scrittori: si è capaci o non si è capaci di scrivere. E le sue pagine risultano vive proprio perché non godono della revisione accanita, oggigiorno si direbbe dell’editing a oltranza, dell’accanimento da scuola di scrittura creativa. L’imperfezione di molti suoi passaggi convince più di tanta prosa ordinata e, mediocremente, anestetizzata. In Maupassant non c’è niente oltre la pagina. Al di là della guerra franco-prussiana, delle impietose differenze di classe nella Parigi fin de siècle, della luce e del cinismo implacabili del bucolico Sud francese, che pure ha saputo rendere in poche pennellate, Maupassant riesce sempre a scollinare. Dall’altra parte c’è l’uomo nudo. L’esatto contrario della letteratura naturalista che veniva propugnata dalla sua epoca. E più che fantastici, i suoi sono racconti horror. Orrore verso se stessi, chiaro.