Il racconto dei racconti: una serie di pezzi in cui Luca Ricci introduce, analizza e ripercorre un racconto emblematico della letteratura; un altro modo per esercitare il diritto di critica, serbare la memoria e relativizzare il culto della novità.
Ad appena un anno di distanza dal suo Moloch letterario Metello – romanzo plaudito da buona parte della critica marxista per aver saputo centrare un neorealismo purgato dalla liricità e da altri cascami decadenti e mollezze dannunziane –, Vasco Pratolini sente l’esigenza di rimettere mano alle “vecchie carte” scritte negli anni del suo non breve apprendistato letterario, smarcandosi dal suo stesso successo. Da vate insorge l’esigenza di tornare soltanto Vasco, per scampare a una brutta depressione che lo rende preda dell’inerzia e alla crisi d’identità politica seguita ai fatti della primavera ungherese (Pratolini è contrario all’invasione sovietica dell’Ungheria). Scrive nel 1956: «Soliti malesseri, l’umor nero, una miseria degna d’altri tempi, debiti fino alla cima dei capelli». Ed è proprio nello stesso anno, anche per accomiatarsi con un ultimo cadeau dall’editore fiorentino Vallecchi, che fa uscire il Diario sentimentale.
È un libro atipico, una complessa ripresa di materiali già editi, che fin dal titolo sbugiarda tutto quello che poteva essere ed era stato Metello: un recupero dell’io autobiografico in forma diaristica, e per giunta con abbondanti dosi di sentimento, cioè di lirismo. Un camuffamento, una sorta di grottesca autofiction con occhiali e baffi – come affermò egli stesso una «memoria ferma e compromessa di sé» –, per non dire raccolta di racconti. Sissignore, è nel racconto che Vasco Pratolini trova riparo, torna alla sua poetica sorgiva, chiede e ottiene da se stesso una bussola letteraria per non smarrirsi e proseguire. Tra queste prose autoselezionate che vanno dal 1936 al 1950, nella sezione dedicata alle “Memorie dell’adolescenza”, c’è un raccontino che s’intitola Una conchiglia per sentirci il mare, tre paginette che sono un soffio, la storia di un’infatuazione di un bambino (io narrante) verso una bambina più fortunata di lui. «È gente ricca» lo avvisa la nonna, che già conosce come andrà a finire la storia. Il bambino e la bambina si guardano dalle rispettive finestre Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti