Davanti a un libro come Arkansas di Chiara Tagliaferri (Mondadori, 2026), è inaspettatamente difficile un’interpretazione. È invitante, al contrario, la comprensione letterale del testo, che racconta di un ricorso alla GPA commerciale (gestazione per altri) da parte dell’autrice e del marito Nicola Lagioia. Sin dal paratesto editoriale, il libro ricorda una specie di “gatto di Schrödinger” applicato alla narrativa. Se nell’esperimento mentale di Schrödinger un gatto sigillato in una scatola d’acciaio in compagnia di una particella radioattiva prossima a decadere è, fino a quando la scatola non verrà aperta, vivo e morto insieme, la storia di Tagliaferri ci viene presentata con le doppie fattezze di un “memoir letterario” (ormai parola-talismano per esorcizzare ogni zona d’ombra del racconto veridico) e di un racconto di finzione. Con una differenza: Arkansas è vero o finto a fasi alterne, a seconda dei problemi legali che teme di attirare – con una cautela non si sa quanto autentica e quanto esibita.

Si dà il caso, infatti, che la GPA, illegale in Italia dal 2004, sia stata dichiarata “reato universale” dal governo Meloni a metà ottobre del 2024, poco dopo che gli avvenimenti raccontati in questo libro si erano conclusi. Se si tratta di garantirsi i benefici della storia vera e di richiamarsi all’autorità morale e artistica di persone realmente esistenti, Arkansas si pretende memoir (e del genere ha la fedeltà onomastica, l’aderenza alla cronaca, la frontalità). Se invece si percepisce qualche guaio in vista, ecco che i fatti «sono stati oggetto di una trasfigurazione narrativa». Lo dichiara la Nota proemiale, firmata non da Tagliaferri ma dall’“editore” Mondadori, che tradisce una paranoia forse eccessiva: la legge che introduce il “reato universale” non ha alcun valore retroattivo e, se ho capito bene, i protagonisti di questa storia, essendo diventati genitori prima dell’ottobre del 2024, non corrono nessun rischio tranne quello d’immagine. Questa cautela pare ancor più gratuita se posta a confronto con la prima regola non scritta dell’impegno intellettuale: da secoli, essa richiede coerenza e l’assunzione della responsabilità di quanto espresso di fronte al potere. Ce lo ha insegnato Zola che, con l’Affaire Dreyfus, aveva deliberatamente commesso un reato e accettava il rischio – poi realizzato – di farsi processare. Ma forse Zola, con i parametri di oggi, era uno sprovveduto, oppure solo sprovvisto: di podcast da condurre, festival del libro da dirigere, incarichi culturali da onorare. 

Nel terzultimo capitolo dal titolo schrödingeriano “La gatta è morta. La gatta è viva” c’è un curioso passaggio di consegne: la diciottenne gatta Lunedì accoglie l’ingresso in casa della neonata leccandole la testa e dimostrandole tutto il suo amore, prima di levarsi di mezzo con il garbo del vecchio animale morente

Fermiamoci alla lettera del testo, senza timore di spoiler. Le «esperienze complesse» attraversate, secondo la Nota di Mondadori, dalla protagonista della storia consistono nello sborsare una cifra intorno ai 100.000 euro e aspettare che una donna, negli Stati Uniti, porti a termine una gravidanza per conto di una coppia che si è comprata il diritto di avere un neonato concepito, in questo caso, con il seme del coniuge di sesso maschile. Se io volessi seguire l’autrice e l’editore sul loro terreno retorico, questo sarebbe il punto dell’articolo in cui confessare, come hanno fatto quasi tutti i recensori, che non ho un’opinione chiara sulla GPA, e che i miei giudizi sul libro non sottendono alcun pregiudizio su questa pratica per dare la vita. A dire il vero, però, ho le idee molto chiare sulla questione: per ragioni che seguono la mia esperienza personale (ho provato ad avere figli con la persona con cui ero sposato, non ci sono riuscito), e per motivi resi limpidi da Arkansas stesso. A costo di sembrare moralista (ebbene?),

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