Quando venne annunciato il vincitore del Nobel 2021 per la letteratura, Abdulrazak Gurnah, fioccarono come al solito sui social commenti sarcastici da parte dei tifosi di altri autori, sintetizzabili in romano demotico con “Ecchicazzè?” Queste reazioni mi irritano non poco dato che di scrittori notissimi altrove e sconosciuti qui ce ne sono battaglioni; però quell’anno c’era un’attenuante. Fino al 2021 Gurnah era solo entrato nella dozzina o nella cinquina di qualche premio letterario anglofono; non era un personaggio mediatico, ma un tranquillo docente universitario a Canterbury; al suo esordio non era stato un caso letterario; non aveva una base di fan come King o Roth. Insomma, la vittoria del professor Gurnah arrivò a sorpresa anche per i suoi connazionali.
Insomma, si poteva ignorare Gurnah prima del Nobel. Ma dopo? Beh, lo sappiamo che piega hanno preso le patrie lettere: non si esca dal tinello, è più importante rivangare all’infinito le nostre laceranti sofferenze che ci hanno fatto vincere [aggiungere nome di premio letterario a piacere vostro]; sofferenze tali che al confronto di quelle patite dai personaggi di Gurnah impallidiscono fino a svanire (specie se non ci si è degnati di aprire neanche uno dei suoi libri).
Eppure andrebbero aperti, quei libri, perché il Nobel dato allo scrittore anglo-tanzaniano è stato assolutamente meritato. Vi invito a leggere i suoi romanzi disponibili in italiano, tutti tradotti da Alberto Cristofori salvo il primo, da Alberto Pezzotta: il dittico Paradiso e Voci in fuga, poi Sulla riva del mare, Il disertore (tutti e quattro usciti nel 2022), senza trascurare Cuore di ghiaia (2023), L’ultimo dono (2024) e il recentissimo Furto (2025). E mi auguro che La nave di Teseo si sbrighi a far tradurre Dottie e Pilgrims Way, che formano una sorta di trilogia con Cuore di ghiaia, un memorabile spaccato di vita inglese.
Per convincervi vorrei partire dal suo romanzo d’esordio, risalente al 1987, Memory of Departure, ancora inedito in Italia, nella convinzione che esso contenga già i temi ricorrenti del suo autore, e già dimostri le sue capacità narrative. Basterebbe soffermarsi sul titolo, sui due sostantivi memory (memoria, ma anche ricordo) e departure (partenza, ma anche deviazione, divergenza, e non dimentichiamo che in inglese the departed sono i defunti); c’è dentro molto della narrativa e della vita dello scrittore.
La famiglia dello scrittore faceva parte della minoranza araba: nel 1966 lascia la Tanzania per stabilirsi in Inghilterra due anni dopo. Vivere nella terra d’origine non era più possibile. La lacerazione del dispatrio (per usare un termine coniato da Luigi Meneghello, altro esule in terra d’Albione) resta il trauma originario di Gurnah
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