Le bambole ricorrono spesso nell’opera del poeta Rainer Maria Rilke, come un Leitmotiv di assenza. In una delle sue prime poesie risalente al 1913, La casa in cui sono nato (Mein Geburtshaus), egli ricordava un «salone rivestito di seta blu» contenente «un costume da bambola riccamente decorato con paillettes d’argento», mentre nel suo romanzo autobiografico, I quaderni di Malte Laurids Brigge, il protagonista incontra occasionalmente bambole, pupazzi e marionette, e nella quarta delle Elegie duinesi un pupazzo è protagonista («Angelo e pupazzo: ecco finalmente lo spettacolo»). Una panoramica dell’intera opera di Rilke mostra come le bambole siano state una presenza dominante, non solo in quanto involucri della memoria, ma quali veicoli di suggestione, stranezza e magia, elementi da cui nascono sogni e immagini artistiche fantastiche.
Alla Morale del giocattolo di Charles Baudelaire e a Sul teatro delle marionette di Heinrich von Kleist è stato spesso associato il breve saggio in cui Rilke espresse un’approfondita riflessione sulle bambole, ripubblicato di recente da Giometti&Antonello nella traduzione di Elisa Ronchi (con un testo di Theodor Däubler, a sua volta tradotto da Marco Rispoli), per l’appunto intitolato Bambole e scritto Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti