Con un incasso globale di oltre 260 milioni di dollari (di cui in Italia oltre 4) su un costo di circa 10, Backrooms di Kane Parsons è il più grande successo della A24, la casa di produzione alle spalle di film come La zona di interesse di Jonathan Glazer e gli elevated horrors (traduzione: horror autoriali e di ambizioni alte) di Ari Aster e di Alex Garland. Anche Backrooms è un horror, e lo dirige il ventunenne Kane Parsons, che segue fedelmente le premesse della omonima serie web da lui creata – ventiquattro episodi che attingono a una moda del web degli ultimi anni: quella dei cosiddetti “spazi liminali”, luoghi inquietanti (in inglese uncanny – è il vecchio Unheimlich freudiano) e deserti, e delle leggende metropolitane a essi riferiti.
Su questi elementi è stata costruita una narrazione al tempo stesso scaltra e scontata, e che di sicuro ha contribuito a un successo probabilmente al di sopra delle più rosee aspettative. Una narrazione basata su una serie di mitologie, retoriche e omissioni che vanno smontate, al di là di qualunque opinione si possa avere sul film in sé.
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