Non vi dirò mai che cosa successe veramente. Eravamo partiti, quella notte, Giàn, Dino e io, con la vecchia Ritmo a metano del babbo di Dino, e volevamo fare tutta una tirata da Lu Monferrato alla Pineta di Bellocchio, sul Delta del Po, dove volevamo vedere l’alba. Il viaggio era cominciato tranquillo: Cuccaro, Castelletto, il casello di Alessandria Ovest, e poi Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna. Usciamo dall’autostrada a Imola, e dopo un po’ non capiamo se siamo usciti troppo presto o troppo tardi: Google Maps diceva di tornare indietro, ma non si capiva il senso della cosa, e in verità pareva che si fosse scordato dove stava, la Pineta di Bellocchio, come se non fosse mai esistita; ma a noi ormai pareva di essere in direzione di Ravenna, e dopo Ravenna saremmo arrivati sul Delta, no?, bastava tenere l’Adriatico a destra e prima poi attraverso la pianura saremmo arrivati alle lagune e agli acquitrini, verso i Lidi Ferraresi; ma noi, arrivando da Sud, ci saremmo fermati prima dei Lidi: alla nostra destinazione, la Pineta di Bellocchio.
Ma perché, direte, la Pineta di Bellocchio? Boh, sinceramente non mi ricordo: forse c’era stato una volta il fratello di Giàn, quello ambientalista che ogni tanto partecipa alle spedizioni per pulire i torrenti o le spiagge; o forse era stata un’idea di Dino, che da quelle parti doveva averci una fidanzata – una delle tre o quattro che gestiva in simultanea – che lavorava per la stagione in un ristorante, o in una gelateria, o forse in un campeggio; fattostà che avevamo scorso il nome di un po’ di quei posti, Casalborsetti, Mandriole, l’Argine degli Angeli, e quando avevamo scovato la Pineta di Bellocchio ci eravamo detti: ma sì, da dov’è che puoi vedere meglio l’alba, se non da un posto che si chiama bell’occhio? E via, eravamo partiti.
A quel punto, però, dopo la resa di Google Maps, potevamo andare solo a naso – dato che a vista, nel buio pesto, non ci si poteva regolare –: coi finestrini aperti annusavamo l’aria, cercando di cogliere il profumo tipico di quel pezzo di Adriatico, così simile d’estate all’odore di fogna, mentre Giàn, che si piccava di sapere d’astronomia, spiava quelle quattro stelle in tutto che si vedevano nel cielo nero e afoso e ogni tanto diceva: verso Nord!, o: verso Est!, e noi lo pigliavamo per il culo, dandogli del capitano di marina, o del controllore di volo, e però secondo le sue indicazioni svoltavamo per quello che ci pareva, lì per lì, essere il Nord, o quello che ci pareva, là per là, essere l’Est.
Avevamo deciso di guidare a turno, ma dopo la sosta nell’autogrill di Stradella – il paese delle fisarmoniche –, dove lui aveva preso un caffè doppio e Giàn e io un paio di grappini e una bottiglia di vodka Absolut per il viaggio, Dino aveva preteso di guidare sempre lui. Noi gliel’avevamo lasciato fare, tanto Dino quando si mette in testa una cosa non c’è verso di togliergliela, e la nostra voleva essere una bella gita spensierata, mica una di quelle cose dove ci si scazza e si diventa cattivi per delle cazzate. E così abbiamo vagato, seguendo un po’ le scarse stelle e un po’ l’andiriveniente puzzo, per quelle campagne a noi sconosciute della destra Po, confidando che comunque, prima o poi, un’alba sarebbe arrivata, sperabilmente dalla parte giusta, e avremmo trovato un paese, e nel paese un bar, e nel bar del caffè, dei cornetti, e qualcuno che ci spiegasse con parole semplici dove diavolo eravamo finiti.

Ma paesi, nisba. Ogni tanto, sì, si intravedeva un casolare isolato; ogni tanto un viottolo laterale con doppia fila di pioppi sembrava condurre a una fattoria, a una villa, forse a un piccolo borgo; ma tutto era buio, il cielo era senza luna – non ce n’eravamo accorti, alla partenza; o forse la luna nel frattempo era tramontata; perché che ne sapevamo noi, degli orari in cui sorge e in cui tramonta la luna, in quelle lontane adriatiche lande? –, dai casolari non veniva nessuna luce, e di lampioni neanche l’ombra – sempre che abbia senso, di notte, nell’oscurità totale, parlare di ombra. «Sembra L’Eternauta», disse Giàn, che quando non ci ha niente da fare – cioè quasi sempre – si sfonda di fumetti cult, e poi ci fa una testa tanta perché li leggiamo anche noi; «Col cazzo», disse Dino, «L’Eternauta era d’inverno, e c’era la neve»; «Ma è deserto uguale», disse Giàn; e a me toccò distrarli, perché non litigassero: usai il metodo infallibile, ovvero cominciai a parlare di figa. Ci trovammo subito tutti d’accordo: che le fighe del Monferrato sono le migliori, ma un po’ di figa esotica ogni tanto ci sta bene.
Dopo un’ora eravamo ancora a vagare nel buio pesto. Dino ormai guidava quasi a passo d’uomo, Giàn aveva scolato l’Absolut e nel sedile dietro russava a bocca spalancata, la testa pendente ora di qua e ora di là e un filo di bava all’angolo sinistro della bocca, e io strizzavo gli occhi cercando di vedere qualcosa dove non si vedeva niente. Gli abbaglianti sempre accesi, per tenere d’occhio il ciglio della strada. Attorno silenzio assoluto, tanto che quando ci fermammo per pisciare – io e Dino, Giàn era del tutto andato, e speravamo non si pisciasse addosso nel sonno – appena spento il motore ci parve di essere perduti nel nulla, in un nulla come non lo avevamo mai visto, sentito, né – come dire? – toccato prima. Era un nulla solido, morbido ma solido, come una morbidissima spugna, o come un tendaggio di velo nero dietro il quale ci fosse un altro tendaggio di velo nero e poi un altro tendaggio di velo nero e così via; era come la stanza rossa di Twin Peaks, ma nera.
Con un piripipì anche il telefono di Giàn, che avevo compulsato a ripetizione per ore, cercando di convincere, sedurre, adulare o imbrogliare il navigatore, si spense; il mio e quello di Dino se n’erano andati da un pezzo; e così, non avevamo più nemmeno idea di che ora fosse. Dino propose di stare fermi dove eravamo, e aspettare la luce. Io dissi che finché non arrivavamo in riserva potevamo ancora andare. In quel momento Dino disse: ma com’è che non abbiamo visto, da nessuna parte, da quando siamo usciti dall’autostrada, nemmeno un distributore? Eravamo nella terra del metano, in quella terra dove pianti un palo e ti viene su uno sbuffo di metano, eppure, effettivamente, da un bel pezzo non avevamo incontrato nemmeno una stazione di servizio di quelle scrause. Ripartimmo.

Ragazzi, le notti d’agosto sono notti d’agosto. Eravamo partiti alle undici, eravamo andati alla velocità che può permettersi una stravecchia Ritmo a metano, l’ultima volta che avevo visto l’ora sul telefono erano quasi le cinque: e la luce? Non ce l’hanno, sulla ridente Riviera Adriatica, la luce? E gli uccelli? Quegli uccelli che a Lu, nostra patria, cominciano a far casino alle quattro, e ti svegliano anche se ti sei appena buttato sul materasso dopo una nottata come si deve, qui non c’erano? La faccenda è strana, cominciò a dire Dino, sempre portando la macchina a trenta all’ora, forse a venti, la faccenda è strana, continuò a ripetere Dino, e io dicevo sì, Dino, è strana, sì, Dino, è davvero strana, ma che cosa vuoi che sia successo? Non si sarà mica spento il sole. Siamo partiti all’avventura, non abbiamo fatto caso né all’ora né alla strada, ci siamo persi nelle campagne, in queste campagne così piatte e così diverse dalle nostre colline: ci va, che siamo un po’ disorientati non solo sui luoghi ma anche sui tempi. No, riprendeva a dire Dino, questa faccenda è strana, questa faccenda è troppo strana. E io a rassicurarlo, anche perché Dino, quando si mette in testa dei pensieri strani, è capace di crederli veri, e di intestardirsi: come quella volta che, ubriaco, aveva creduto di vedere un mammut girare per le strade di Quargnento, e anche a sbornia passata ci credeva, e pretendeva che a Quargnento doveva esserci qualcuno che aveva un mammut, che lo teneva nascosto, e lo faceva andare un po’ in giro solo a notte fonda, perché si sgranchisse le zampe e la proboscide.
Mi addormentai.
Adesso è facile dirlo. Adesso è facile dire che avremmo dovuto fermarci, o avvicinarci a uno di quei casolari bui e bussare alla porta, o tornare indietro quando ce lo raccomandava il navigatore; adesso è facile, sì. Adesso che Giàn dorme un sonno dal quale, dicono i medici, potrebbe risvegliarsi tra cinque secondi o mai più, adesso che Dino vive in una stanza imbottita al manicomio di San Maurizio Canavese – l’ultima volta che sono andato a trovarlo ha cercato di cavarmi gli occhi, mi hanno salvato gli infermieri calmandolo a bastonate –, adesso è facile. Io me la sono cavata con un’ustione che mi ha preso tutto il fianco sinistro, e dopo tanti anni ancora brucia e fa male: e sono quello che se l’è cavata meglio. Sono stato interrogato un milione di volte, dai medici e dalla polizia, sono stato addirittura accusato di essere stato io, a far andare nei matti Dino e a spegnere il sistema nervoso di Giàn; sono stato in ospedale per dei mesi e poi in galera, e poi un giudice mi ha rimandato a casa perché, così la sentenza, non c’erano prove di che cosa fosse accaduto, e nemmeno prove che fosse accaduto qualcosa – e, se qualcosa era accaduto, che cosa? E, ve lo dico, credo bene che non ci sono prove. Non possono esserci prove dell’impossibile. Io l’ho visto, quello che è successo; l’ho visto, ne sono testimone, e me lo ricordo bene; ma non ci credo neanch’io.