Quando al liceo ho letto per la prima volta la Commedia ho letto un’opera diversa da quella che avrei letto a trent’anni. Forse perché nessuno mi aveva spiegato come leggere la Commedia, o forse perché la pedagogia scolastica richiede una gradualità legata al modo stesso in cui funziona l’apprendimento umano, che a differenza delle altre specie affini prevede che l’adulto sottoponga al cucciolo delle esperienze semplificate. Alle elementari e alle medie la storia può essere insegnata in forma di narrazione; al liceo si spiegherà come la storia si fa con le fonti; uno storico non dovrebbe credere che ciò che scrive sia più simile a Guerra e pace che alla Guerra del Peloponneso.
Ma è forse più strano scoprire dopo i quarant’anni di aver letto un altro Otello, un altro Romeo e Giulietta o un altro Re Lear, e scoprirlo attraverso un libro scritto nel pieno della Seconda guerra mondiale che parla del modo in cui si insegnava la letteratura nelle scuole secondarie del Regno Unito: L’abolizione dell’uomo, che raccoglie le letture tenute da C.S. Lewis nel febbraio del 1943 al King’s College di Newcastle, poi pubblicate nello stesso anno e ora apparse in una nuova traduzione di Edoardo Rialti (Adelphi, 2026; il libro era già stato tradotto da Franco Marano per Jaka Book nel 1979).
L’abolizione dell’uomo è una complessa riflessione sul sistema di valori che per Lewis deve sostenere ogni tipo di insegnamento, in particolare quello della letteratura, e che prende spunto da Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti