Abel Ferrara è stato uno dei nomi su cui si è formata la cinefilia della fine del secolo scorso. Il film che l’ha fatto diventare saldamente e definitivamente un autore è stato Il cattivo tenente, nel 1992, anche se c’era già chi lo seguiva dai tempi di Angelo della vendetta (1980), o meglio dalla frequente programmazione che ne faceva “Fuori orario”. Ferrara era partito dai generi bassi – dal porno, addirittura: anche se nel secolo scorso aveva fatto del suo meglio per rimuovere il suo esordio hard sotto pseudonimo, Nine Lives of a Wet Pussy – e chi ne vendeva una VHS in qualche bugigattolo di Manhattan, contattato via fax dal sottoscritto nel 1997 circa, non sapeva nemmeno trattarsi di un film di Ferrara. E da lì era approdato a una visione fortemente riconoscibile affrontando temi classici – il contagio del male e la speranza di una impossibile redenzione – secondo una impostazione grosso modo cattolica; ma in contesti narrativi degradati e con una radicalità ideologica che faceva sembrare quei film vivi e brucianti. 

Poco importa quanto dovesse ai suoi sceneggiatori Nicholas St. John e Zoë Lund (per il solo Cattivo tenente): Ferrara per qualche anno si impose come il nuovo Scorsese, nel momento in cui l’autore di Taxi Driver entrava nella routine del mainstream, dirigendo anche per la Disney. Poi i suoi sceneggiatori lo abbandonarono: Zoë Lund, tossicodipendente, lasciò presto questa valle di lacrime; mentre Nicholas St. John, ossia Nicodemo Oliverio (omonimo, scopro su Google di un politico calabrese), si ritirò a insegnare nelle scuole cattoliche di Peekskill, facendo sparire accuratamente ogni sua traccia. Da allora Ferrara è rimasto in balia di psicologi, guru, critici e programmatori di festival: lieti, questi ultimi,

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