Nel suo capolavoro autobiografico Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, Stefan Zweig riferì di una conversazione in cui il suo amico Ferruccio Busoni, celebre pianista e compositore, gli chiese affranto: «A chi appartengo? Quando la notte sogno, mi accorgo al destarmi di aver parlato in sogno in italiano. Ma se poi scrivo, penso parole tedesche». Zweig lo definì, nello stesso libro, “anfibio”, cioè, al pari di altri artisti e letterati del tempo, da Franz Werfel a James Joyce, un senza patria a causa dell’entrata in guerra del proprio Paese e della conseguente scelta dell’esilio. Ma Busoni fu caso diverso, e peculiare, perché il suo essere anfibio datava dal principio della sua formazione (e quasi, della sua stessa esistenza), in quanto egli era «italiano per nascita e educazione, tedesco di elezione» (sempre Zweig). E allo scoppio della Prima guerra mondiale, il suo esilio zurighese fu conseguenza necessaria di un doppio rifiuto, essendo etichettato come “persona non gradita” sia in Germania sia in Italia (nonostante il nome completo del compositore fosse Ferruccio Benvenuto Michelangelo Dante: un bel compendio di italianità).

All’epoca, Busoni era già universalmente riconosciuto come una rara figura di artista e intellettuale dalle molte qualità: enfant prodige e concertista di fama mondiale, celebre

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