Laura Formenti, la gelida insegnante di piano interpretata da Carroll Baker in Lezioni Private (Vittorio De Sisti, 1975), è chiara da subito con il suo studente Alessandro: «Senta… stringiamo un patto: io le permetterò di innamorarsi di me, se però lei mi promette di pensare seriamente a una ragazza della sua età, così non creeremo complicazioni. E rispetteremo le regole!». Lui replica: «Quali regole?». E la spiegazione è netta: «Ogni studente s’innamora della sua insegnante: è una regola fissa».
Un dialogo del genere sarebbe stato ideale per tanti di noi, soprattutto per me che ho avuto la fortuna di trascorrere l’adolescenza in una condizione che si può tranquillamente definire sessista, patriarcale, grottesca e costellata di obbrobri vari. Una fortuna perché tutto ciò mi ha permesso di vivere in prima persona la bellezza di assaporare gli stessi sogni del Pierino di Alvaro Vitali. E l’iniziazione sessuale per antonomasia albergava per noi nella figura dell’insegnante. In classe bastava una coscia scoperta, una scollatura appena accennata o anche una posizione del corpo ritenuta inconsulta a trasformare degli adolescenti in scimmie, impegnate a reprimere i loro ormoni schiaffeggiandosi a vicenda. La bionda e conturbante Laura Formenti risulta essere – a queste latitudini – il sogno per eccellenza.
Laura è vittima dei ricatti di un altro studente, Gabriele il miglior amico di Alessandro, che le ha scattato delle foto durante un momento di intimità e minaccia l’insegnante di diffonderle qualora avesse intenzione di non rispettare tutte le sue direttive. Lei è quindi costretta a indossare camicie trasparenti in aula (con seno in bella vista), è obbligata al gioco dell’abito bagnato durante una lezione privata (il seno è sempre il protagonista) ed è indotta a denudarsi in un’altra occasione; fin quando non scopre l’omosessualità repressa di Gabriele e spiattella questa scomoda verità davanti al suo aguzzino e ad Alessandro. Gabriele va via con gli occhi lucidi una volta svelato il segreto. E così, terminato l’incubo, allentata ogni tensione, Laura decide di donarsi ad Alessandro, alla sua iniziazione. Ecco la prima volta che ogni schifoso minorenne avrebbe desiderato conoscere.
Nel 1974, il regista Salvatore Samperi portava nelle sale Peccato veniale, confermando che il vero genere nazionale non è la commedia, ma l’educazione sessuale borderline. E già nel 1973, con Malizia, aveva stabilito un principio semplice: bastano un adolescente e una domestica procace per trasformare il turbamento in incasso record (fu di 5 miliardi di lire). In entrambi i casi, il sacrificato sull’altare dell’iniziazione è l’attore Alessandro Momo, spinto a crescere in fretta, prima, dalla cameriera nonché futura matrigna, poi dalla cognata: più che un percorso di formazione, un catalogo di scorciatoie discutibili. Ma il pubblico ringrazia, e paga. La variante con la cognata (in Peccato veniale) è, se possibile, ancora più insidiosa. Renzo, fratello maggiore di Sandro, è il classico latin lover di provincia: tradisce con metodo, esibisce sicurezza e guida una decappottabile. La sua idea di relazione stabile consiste nel parcheggiare Laura – una fin troppo perfetta Laura Antonelli – nella casa di famiglia e sparire per settimane, tra un impegno di lavoro e una deviazione sistematica verso qualsiasi altra donna disponibile. A sorvegliare il tesoro lascia il fratellino. Il risultato è inevitabile: Sandro, adolescente con ormoni in piena rivolta, e Laura, oggetto di culto nazionale, condividono tempo, spazio e silenzi carichi di tensioni erotiche. La cabina sulla spiaggia versiliese fa il resto: l’educazione sessuale si compie e il tradimento si consuma con un’efficienza quasi didattica. Cosa c’è di più spassoso di un playboy diventato cornuto grazie al proprio fratellino? Il vero colpo di genio, però, è il finale. La famiglia brinda alla prima volta del ragazzo come se fosse un rito di passaggio qualunque, ignara che il partner sia proprio Laura. Renzo incluso, ovviamente: campione di infedeltà e, per contrappasso, cornuto inconsapevole. Dei cornuti bisogna amare specialmente il sorriso e l’inconsapevolezza.
Solleticati i corpi dell’insegnante, della domestica-matrigna e della cognata, vellichiamo la pelle di un’altra figura topica: la zia. Gloria Lamborghini, interpretata dalla disinibita Marina Lotar in Con la zia non è peccato (Giuseppe Pulieri, 1980), è la zia femminista e libertina che dagli Stati Uniti arriva in un piccolo paesino della Sicilia per risolvere alcune questioni di eredità. Gloria prende scandalosamente il sole in topless e utilizza il sesso come mezzo di piacere e affari. Dona orgasmi a chiunque: alla cognata che presa dal suo conservatorismo ha dimenticato di avere un corpo, all’ingegnere con cui deve firmare la compravendita del suo terreno (ottenendo il triplo dell’offerta iniziale) e infine al nipote in preda agli isterismi adolescenziali. È una zia risoluta, fattiva e pragmatica. Come spesso accade a chi proclama la propria autodeterminazione, Gloria ci regala un gran finale: sposa l’ingegnere maschilista e bigotto che la relegherà senza alcun dubbio dietro i fornelli. Uno spiacevole epilogo prevedibile, ma l’importante è che la zia abbia aiutato suo nipote nel momento del delirio, cioè del bisogno.
La zia ritorna in L’iniziazione (Gianfranco Mingozzi, 1986), però questa volta è una timida vergine che ha il vizietto di elargire con gusto del sesso orale al nipote. L’iniziazione è liberamente ispirato a Le prodezze di un giovane Don Giovanni di Guillaume Apollinaire, ripulito dall’incesto estremo e dalla maiesiophilia dello scrittore francese. Il protagonista è un ragazzo di sedici anni che trascorre le vacanze nella villa del padre: scoppia la Prima guerra mondiale e tutti gli uomini del villaggio sono costretti ad andare al fronte. Fin dalla loro partenza, la situazione appare chiara: le donne, dopo aver salutato i compagni, si voltano a osservare con sguardo malizioso il ragazzo, ormai unico uomo rimasto. Da quel momento in poi, Roger è costretto a soddisfare sessualmente tutte: la cameriera, la contadina, la zia, la governante e perfino la sorella. Il tema del desiderio è finalmente ribaltato: i bollenti spiriti adolescenziali impallidiscono di fronte alla sete di cazzo delle donne rimaste sole. E si ripresenta il tema del cornuto, perché gli uomini – di ritorno dalla guerra – non solo si ritrovano con corpi feriti dalla vita in trincea, ma scoprono anche le loro compagne incinte (credendo che il concepimento sia frutto dell’ultima notte di passione prima della partenza). Il sedicenne diventerà quindi, rispettivamente, cugino e zio di due dei suoi figli biologici. E, con un ghigno sardonico, ci ricorda che mater semper certa est, pater autem incertus.
L’incesto, tradizionalmente consumato tra fratello e sorella, conosce una variazione in Senza vergogna (Gianni Siragusa, 1986). Andrea è un ragazzino in sedia a rotelle che ha la sfortuna di avere un padre, Giorgio, ricco proprietario terriero e autentico concentrato di rattusamma, viscidume e sfruttamento. Giorgio trascorre le sue giornate alla ricerca di una scopata tra contadine, cameriere e ogni altra donna nei paraggi, per poi terminare la sua faticosa trafila con una doccia in compagnia della moglie-badante. Andrea osserva il padre con un binocolo e prova a replicare le sue gesta, costantemente rifiutato da tutte perché – come tiene a specificare una contadina – non è che uno storpio. Ma se Andrea segue il padre, la madre segue Andrea, turbata dal dolore crescente del figlio, che non ha alcuna speranza di poter provare un pizzico di godimento terreno. Ed è qui che il tema dell’iniziazione incontra quello della misericordia sessuale: una sera, nel pieno dello sconforto di Andrea, nella sua camera entra la bellissima madre che, dopo essersi spogliata, gli intima: «Non parlare Andrea, non dire niente. Chiudi gli occhi e sogna, bambino mio! Torna dentro di me… come un giorno… come allora… come sempre…». Dell’iniziazione all’italiana si può dire di tutto, tranne che non sia cinematograficamente spigliata.