«Mostrare al cinema gente che mangia è veramente volgare» mi disse molto tempo fa un regista italiano a cui chiedevo perché nei suoi film il cibo fosse spesso associato a situazioni sgradevoli. Per quasi un secolo di cinema, mangiare non è stato fotogenico. È un dato di fatto: la gran parte dei film rimuoveva il cibo o lo mostrava in versioni parossistiche, parodistiche, fobiche. Le idiosincrasie dei singoli registi (quella di Hitchcock per le uova, ad esempio) facevano il resto. Il rituale della cena o della preparazione del cibo era raccontato secondo schemi precisi, raramente messo in rilievo in quanto tale. E poi rimaneva il momento hard, l’effettiva ingestione del cibo, che sembrava implicitamente un tabù. Come se ci fosse qualcosa di pornografico nel mostrare una bocca in cui venivano inseriti degli alimenti. Mostrare l’atto di consumare il cibo era come mostrare il sesso, e forse più ancora come mostrare l’atto di defecare. Al solito lo aveva colto con limpidezza Luis Buñuel nel Fantasma della libertà, in cui i commensali di una cena conversavano in soggiorno amabilmente seduti su dei water, e poi si appartavano in uno stanzino per mangiare. 

Nella semiologia dei gesti cinematografici, a mangiare scompostamente erano soprattutto i cattivi

Il pasto filmato può essere la rappresentazione plastica della volgarità

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