Si era sempre sottratta alla “Bardolatria”, al culto che l’universo mondo le aveva eretto attorno. Non lo capiva, anzi lo respingeva: anzi, meglio, ne rideva, sarcasticamente, di un sorriso amaro, rammentando che quando faceva cinema era tutto un criticare e fustigare il suo modo di recitare, le sue mises, le acconciature, il suo stile di vita. «Non sapevo che avrei influenzato la moda indossando pantaloncini cortissimi, e abiti in cotone Vichy a quadretti bianchi e rosa o bianchi e blu, o raccogliendo i capelli in uno chignon “a cipolla”. Lo facevo senza immaginare il rumore che avrei provocato». Alla donna che amava dire di sé «io non recitavo, io ero», la filosofa belga Luce Irigaray, in occasione del settantesimo compleanno di B.B., indirizzò una lettera aperta che ne prendeva le difese, empatica nel sondare quella “solitudine rumorosa” della femmina fatta immagine, figura ideale della quale appropriarsi, sia per possederla, sia per imitarla. “Rumorosa” è la solitudine di coloro che il mondo «attrae fuori e allo stesso tempo assilla dentro», scrive Irigaray, una situazione non invidiabile che impedisce di essere in pace con se stessi, di riposare, di sognare la propria vita. Brigitte Bardot come attrice, dunque, incapace di fingere, di proporsi sullo schermo in un ruolo mediato da maschere o artifici, corifea di una libertà eversiva, rivoluzionaria ben prima che le donne rivendicassero il diritto ad essere se stesse, a non obbedire a modelli imposti. 

Simone De Beauvoir ebbe ugualmente a tracciarne un magnifico ritratto, basato sui suoi

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.