Per molto tempo ho creduto di avere il totale controllo sulla mia vita. Non c’è mai stato nulla che avessi affidato al caso, né tantomeno alle aspettative degli altri: la scelta di trasferirmi a Roma subito dopo il diploma, la laurea magistrale in ingegneria elettronica, la decisione di aprire uno studio privato dopo un’esperienza all’estero, perfino alcuni aspetti del mio carattere, che ho modellato su una sorta di identità ideale, un io che ho costruito a forza di guardarmi attorno, nel mondo reale come nel mondo virtuale, al punto di svincolare me stesso da tutto ciò che non mi piaceva, adeguandolo a un ipotetico canone che mi ero fatto in testa.
Oggi mi chiedo se sia stato davvero così, se davvero tutto ciò che ho ottenuto sia stato frutto del libero arbitrio, o se al contrario la mia volontà sia stata subordinata a un ordine superiore: non ero io a decidere, ma il destino.
La sera in cui tutto è cambiato non mi ponevo problemi di questo tipo. Come molti trentenni della mia generazione ero troppo concentrato sul presente per pensare a questioni filosofiche o speculative; la mia mente ragionava su un diverso piano, lasciandosi sedurre dalle infinite sollecitazioni che mi arrivavano dall’esterno, non c’era nulla di sufficientemente attraente dentro di me che potesse competere con ciò che trovavo fuori – bastava un collegamento a internet per avere il mondo a portata di mano.
All’epoca vivevo in un trilocale al quarto piano di una palazzina in cortina a pochi passi da via La Spezia. Era un appartamento piccolo ma funzionale, con un luminoso soggiorno e un balconcino che affacciava su una stretta strada poco trafficata. I rumori di Roma si sentivano solo a distanza, attutiti dal doppio vetro delle finestre e da un senso di sospensione che avvolgeva le mie giornate, come se la città esistesse appena oltre una barriera invisibile, reale abbastanza da farmi sentire parte di sé, ma mai tanto vicina da coinvolgermi davvero – raramente uscivo dal quartiere, la mia esistenza era circoscritta in una geografia facilmente mappabile: casa, studio, palestra, qualche locale frequentato con gli amici. Questa sedentarietà spaziale non era una rinuncia, piuttosto una forma di galleggiamento: mi sembrava di stare sulla superficie di una grande piscina rettangolare, il mio corpo si lasciava trascinare dal lieve moto ondoso senza resistenza e senza la paura di andare alla deriva. I limiti mi tranquillizzavano.
Del resto non avevo molte occasioni per distrarmi o per uscire dalle mie abitudini, né di trovare il tempo per andare fuori città, a parte qualche domenica di primavera o durante le vacanze estive, quando prenotavo un viaggio all’estero o mi trasferivo per due settimane nella casa al mare dei miei genitori. Anche la mia vita sentimentale non aveva particolari stimoli – l’ultima relazione si era conclusa due anni prima, con una ragazza di nome Arianna che lavorava come commessa in un centro commerciale sulla Tuscolana, ma dopo pochi mesi di convivenza mi ero reso conto di stare molto meglio per conto mio. Il fatto è che mi ero abituato a trattare la solitudine come un oggetto prezioso, avevo i miei ritmi, le mie scadenze, i miei rituali, come ad esempio quello di prepararmi la cena con cura, secondo ricette che avevo perfezionato negli anni, o quello di fare una lunga camminata ogni mattina prima di mettermi al lavoro: la presenza costante di un’altra persona mi procurava un senso di oppressione che mi toglieva il respiro.

Quella sera di marzo stavo ascoltando sul divano She will destroy you dei Cocteau Twins, che con le sue sonorità morbide e malinconiche mi ricordava certe atmosfere piovose di un inverno che avevo trascorso in Scozia quasi dieci anni prima. Con il portatile accesso su un basso tavolo del soggiorno cercavo nuovi contatti di lavoro sui principali portali professionali – LinkedIn, Randstad, Wellfound –, ma anche sui social network, da cui spesso ricavavo informazioni sulla vita privata dei miei potenziali clienti. Era un’operazione a cui mi dedicavo di tanto in tanto; mi ci mettevo con impegno e meticolosità, selezionando aziende e società nel settore dell’automazione industriale, salvando le più interessanti in cartelle organizzate per settore e area geografica. Il lavoro era noioso ma necessario, il tipo di operazione che mi permetteva di mantenere la mia attività privata senza dover dipendere da nessuno.
Fu durante una di queste ricerche che accadde ciò che non potevo prevedere (eccolo il destino, mi sono detto poi, ecco la falla al mio sistema di controllo). Il suo profilo mi apparve nel riquadro delle amicizie suggerite da Facebook, era di una donna che aveva il mio stesso nome e cognome, solo declinato al femminile: Giorgia Nisini. All’inizio pensai a una coincidenza, un caso di omonimia che non doveva essere poi così anomalo, ma quando entrai nella sua pagina personale mi accorsi subito che c’era qualcosa che non andava.
La foto di copertina mostrava un paesaggio urbano al tramonto, attraversato da fasci di luce giallastra tra palazzi di vetro e cemento. L’immagine del profilo, invece, che sembrava ritagliata da una foto più grande e messa in primo piano, mi diede la netta sensazione di essere stata presa da una mia foto – per l’esattezza una foto della scorsa estate che avevo pubblicato qualche tempo prima sulla bacheca –, e di essere stata poi manipolata con uno di quei software per la trasformazione del genere, tipo FaceApp o Reface. Le linee del naso erano molto simili alle mie, così come la forma del viso e il taglio degli zigomi, il colore castano degli occhi che fissavano diritti l’obiettivo; ma le labbra erano più piene, le sopracciglia molto più sottili, i miei capelli corti allungati in una chioma a caschetto che scendeva appena sotto le orecchie. Tuttavia era difficile capire se ci fosse davvero una corrispondenza tra le due immagini o fosse solo una mia impressione. Quando le misi a confronto, provando a ritagliare il mio volto per creare lo stesso primo piano, mi resi conto che c’erano differenze di luce e di angolazione, al punto che i colori risultavano diversi e le proporzioni un po’ sbagliate; ma non ero in grado di capire quanto ciò fosse il risultato di una rielaborazione grafica: poteva esserlo come non esserlo.
Continuai a fissare lo schermo cercando di capire se mi trovassi di fronte ad un fake. L’interfaccia di Facebook era la stessa di sempre, le informazioni apparivano ordinate, i post di Giorgia erano pubblicati con regolarità, i suoi commenti davano l’idea di essere autentici; non mi sembrava insomma di avere a che fare con un “clone account”, come si dice in gergo.
Eppure, quanto più scorrevo i contenuti, tanto più cresceva dentro di me una sensazione difficile da spiegare. Alcuni post erano simili ai miei: non solo per argomento, ma per tono e scelte lessicali, persino per una certa retorica del ragionamento che riconoscevo come mia. In uno di questi post, pubblicato a fine febbraio, Giorgia rifletteva sulla necessità di “accettare la presenza di una logica granulare, dove ogni fatto, ogni prodotto della coscienza, ha una relazione con altri fatti e con altre coscienze”; era un concetto che avevo espresso anch’io, mesi prima, in un articolo tecnico finito su un blog specializzato.

Più scrollavo il suo profilo, più notavo altre simmetrie e convergenze: Giorgia Nisini pubblicava link e foto con la mia stessa cadenza settimanale, condividendo prevalentemente dipinti di artisti famosi, audio musicali, locandine di eventi hi-tech, citazioni letterarie speculari a quelle che condividevo anch’io, con contenuti analoghi ma mai identici – l’ultima, per esempio: un brano tratto da The Shockwave Rider di John Brunner, esattamente un’ora dopo in cui io avevo pubblicato una frase da L’uomo terminale di Michael Crichton, due romanzi distopici degli anni Settanta non troppo diversi per la trama. Anche da un punto di vista professionale avevamo esperienze simili: Giorgia aveva svolto un tirocinio presso una società di consulenza digitale, aveva collaborato con una startup nel Nord Italia, si era laureata in ingegneria elettronica appena due anni dopo di me, ma della sua situazione attuale non diceva niente, solo che viveva a Roma ed era impiegata in un’azienda di comunicazioni (non indicava il nome dell’azienda, però). Le informazioni personali, invece, erano del tutto assenti: nessun numero di telefono, nessun indirizzo email, nessuna data di nascita, così come era completamente vuoto il campo relativo a “familiari e relazioni”. Quando scorsi l’elenco dei suoi amici vidi però che ne avevamo diversi in comune, tra cui una ragazza con cui avevo partecipato a un workshop a Berlino nel 2019, due vecchi compagni di università e una decina tra colleghi e clienti che si occupavano di software e di risorse informatiche – in ogni caso tutte persone con cui non avevo un rapporto stretto: nessun parente, nessun amico d’infanzia.
Ero molto confuso, non mi era mai capitato nulla del genere, a parte una volta in cui un hacker si era introdotto nel mio account Instagram e ne aveva realizzato un clone. Ma adesso non si trattava di un hacker: chi aveva creato quel profilo mi conosceva bene, aveva studiato attentamente i contenuti dei miei social, o ne aveva avuto accesso in modo sistematico. Non poteva essere una coincidenza. Eppure quel profilo non era una replica del mio: era un profilo tangente, non saprei in che altro modo definirlo, con tante cose in comune – la stessa laurea, lo stesso nome e cognome, gli stessi gusti e lo stesso modo di pensare, almeno da quanto traspariva dalle frasi condivise sulla bacheca, persino una rassomiglianza fisiognomica – ma anche con tante differenze: il sesso, certo, la maggior parte dei contatti e delle amicizie, la quasi totalità delle foto, ad esclusione di una ventina di scatti che ritraevano gli stessi ambienti urbani o naturali, ma ripresi da punti di vista diversi – soprattutto skyline di città italiane ed europee o scorci di paesaggi famosi (la spiaggia di Polignano a Mare, per esempio, la campagna della Val d’Orcia). In nessuna di quelle foto, però, a parte quella del profilo, compariva il volto di Giorgia, né comparivano altri suoi account sui social più diffusi, X, Threads, Instagram, TikTok, nemmeno su quelli professionali – il che, considerando il suo lavoro, mi apparve una cosa strana. Anche la ricerca in internet non mi fu d’aiuto: inserendo il suo nome nei motori di ricerca non venne fuori niente.
Poco prima di alzarmi dal divano le inviai una richiesta di amicizia. Forse speravo che mi rispondesse subito, lei o lui, chiunque insomma si nascondesse dietro quella falsa identità, perché doveva essere per forza una falsa identità, non potevo credere che esistesse davvero una Giorgia Nisini la cui vita era piena di corrispondenze con la mia. Ma avevo sonno, gli occhi mi si chiudevano, la mattina successiva mi sarei dovuto alzare presto. Mi trascinai pigramente nel letto e spensi la luce.
Dopo qualche minuto ero crollato.

Io versus IA

di Daniel Raffini

Io di Giorgio Nisini non è un racconto scritto dall’intelligenza artificiale, ma un racconto creato dall’essere umano in dialogo e in tensione con l’intelligenza artificiale. Quando si parla di scrittura creativa e sistemi generativi, è fondamentale comprendere come l’umano abbia interagito con i sistemi e quali dinamiche si siano attivate. Si tratta di quella che potremmo definire una filologia dell’IA, che esplora i processi di generazione partendo dall’assunto che il dialogo di un essere umano con una “intelligenza” esterna (sebbene il termine pecchi di antropomorfismo) rappresenti già in sé un atto creativo. È proprio questo che fa Nisini con Io, un racconto che nasce da un’idea originaria dello scrittore e che è stato successivamente elaborato attraverso l’interazione con due modelli generativi: Claude Sonnet 4, utilizzato nella fase di ideazione del racconto, e ChatGPT-4o, con il quale Nisini ha ingaggiato una vera e propria gara. Il prodotto finale non è un testo generato dall’intelligenza artificiale, ma il risultato di un dialogo-scontro tra la macchina e l’umano.
Un elemento interessante è il lavoro che lo scrittore svolge sullo stile, fornendo al modello esempi tratti dai propri racconti e romanzi. Tale dinamica non giunge mai a una coincidenza completa, anzi, esaspera la tensione. Nisini non ha semplicemente fornito alla macchina la propria scrittura, ma ha cercato di ricreare un retroterra culturale comune tra lo scrittore, il personaggio e il sistema, condividendo, ad esempio, letture e musica. Ritrovare la propria voce nell’intelligenza artificiale sembra un processo estremamente difficile, ma farlo significa mettere in atto una forma di sperimentazione decisamente nuova.
Io esplora temi centrali della letteratura contemporanea, sia quelli di più lunga durata, come la menzogna e il doppio, che altri di più recente acquisizione, come l’identità e il confine tra il sé e l’altro. Nel primo capitolo – che viene qui proposto – il protagonista scopre, in un ambiente digitale, un proprio doppio di donna. Un incipit dal quale si diramano una serie di possibili continuazioni – molte sono quelle suggerite dal sistema di IA – tra le quali lo scrittore sceglie la propria. L’interazione con l’intelligenza artificiale si pone, inoltre, come tensione tra le potenzialità dei multiversi narrativi e la concezione della narrazione come luogo di una scelta.