Charles Baudelaire detestava la fotografia, non vedendovi che l’aspetto industriale-modernista di meccanica riproduzione della realtà. Non era un difetto da poco, visto che il poeta detestava l’industria, la modernità e la realtà. Ma, per quanto esprima una radicale incomprensione, si tratta di una critica con cui la fotografia non è mai riuscita davvero a venire a patti.
Fin dall’inizio la fotografia ha dovuto fare i conti con l’istante esitando nell’incerto territorio tra funzione documentaria e atto creativo. Pensare alla fotografia significa inevitabilmente evocare l’istante. È un’associazione che ci viene spontanea, quasi automatica: la fotografia come arte dell’attimo, dell’essere stato, del frammento di tempo che si sottrae al flusso del mutamento. L’istante esiste, si dice il fotografo, e il mio compito è fissarlo: quello fuori di me – la scena – e quello altrettanto sfuggente dentro di me, il momento decisivo della riflessione istantanea.
Entrando nel mondo dell’arte visiva di Jeff Wall, alla mostra di Gallerie d’Italia che, sino al 1 febbraio, riunisce a Torino ventisette dei suoi lavori realizzati dagli anni Ottanta a oggi (Jeff Wall – Photographs, a cura di David Campany), si potrebbe pensare che ogni riferimento al carattere istantaneo della riflessione fotografica sia meglio lasciarlo nel guardaroba.
Del resto, definire Jeff Wall un fotografo, sarebbe fuorviante e riduttivo.

Nato nel 1946 a Vancouver, dopo una giovinezza passata a dipingere ha scattato, nelle sue prime prove, quella che definisce “fotografia spontanea”, ma se n’è poi allontanato per Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti