Il problema della montagna è lo stesso del mare. Metafore, allegorie, similitudini, retorica volontaria o involontaria, chiunque approcci questi due soggetti deve fare molta attenzione a non finire stritolato da una forza immaginativa decisamente più grande di lui o di lei.
“Il mare fa quello che vuole, noi quello che possiamo” dicevano i vecchi pescatori. E sono certo che la pensassero allo stesso modo i vecchi montanari. Si tratta di due luoghi fisici e mentali contraddistinti dalla stessa bellezza suprema e inafferrabile, e ancora di più dalla stessa maestosa indifferenza per le nostre sorti.
Nel 2023 pubblicai un libro dedicato al Nanga Parbat, il più appartato degli ottomila himalayani. Si trattava di un saggio ibrido, o romanzesco, ed era la celebrazione di una montagna e dei suoi folli e nobili amanti: gli alpinisti, gli alpinisti estremi. Non ero e non sono un esperto, ma trovavo e continuo a trovare estremamente affascinante il bisogno di intensità che caratterizza le vite di questi uomini e di queste donne. In quanto scrittore, e dunque propenso all’ossessione, non posso rimanere indifferente davanti a uno sfoggio così grandioso di preparazione e follia, desiderio di controllo e abbandono alla casualità più feroce.
Portando a spasso quel libro scoprii “il mondo degli scrittori di montagna”. Termine riduttivo e ingiusto ma abbastanza chiaro, spero, e che include tutti coloro che non soltanto ambientano le loro storie in montagna ma che fanno della montagna il nucleo principale delle loro opere. Mi accorsi subito che si trattava di un mondo simile a quello dell’alpinismo, piuttosto chiuso e molto competitivo. Io venni accolto con grande generosità ma soltanto perché ammettevo apertamente di non essere né uno specialista né uno intenzionato a soffermarmi più di tanto a queste altitudini. Insomma, ero un fesso di passaggio, cresciuto sul mare e che ammetteva di soffrire di vertigini. Non costituivo di certo un pericolo e come tale venni accolto nel migliore dei modi. Non ho dunque da lamentarmi. Anzi, durante i miei giri mi capitò di imbattermi in colleghi che fino a quel momento avevo colpevolmente trascurato. In primis c’è sicuramente Enrico Camanni, alpinista e scrittore. Tra gli scrittori “di montagna” che lessi in quel periodo, Enrico è uno dei pochi che, a distanza di anni, continuo a leggere con grande piacere e interesse. La montagna è la grande protagonista della sua opera e della sua vita, ma l’approccio con cui la studia e descrive è multiforme: spazia da una fortunata serie di libri gialli, passando per biografie, guide, saggi e lo fa con un’abilità e un’asciuttezza che ricordano le qualità necessarie a chi vive la montagna in modo totalizzante.
Enrico, visto che tu, a differenza mia, sei davvero un esperto, vorrei iniziare chiedendoti se a tuo avviso esiste una “scrittura di montagna” e se l’impressione che ho avuto riguardo al mondo di chi scrive di montagna, quella di un mondo molto competitivo e molto incline alla polemica, sia fondata. E come ti vedi e immagini in quel contesto.
Secondo me non esiste la scrittura di montagna, ma esiste quella di alpinismo. Nel senso che gli alpinisti di ogni tempo hanno sempre voluto raccontarsi, come se scalare non fosse sufficiente se poi la piccozza non si univa alla penna, e l’hanno fatto per tante ragioni: narcisismo, competizione, romanticismo ecc. In fondo è anche un modo di cercare di dare un senso a ciò che non ne ha. Ne è nata una sotto-letteratura che è facilmente riconoscibile, una specie di racconto di viaggio, con qualche esito felice e un sacco di libri utili solo a chi li scrive. La letteratura di montagna invece non esiste, perché Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti