Secondo una boutade di Alberto Savinio, l’inconscio lampeggia nelle macchine da scrivere quando si verificano errori di battitura. Destinazione errata (Einaudi, 2026) si apre sulla scia involontaria di questa frase ma, decenni dopo, spetta allo smartphone di liberare la profondità. Il protagonista, sceneggiatore quarantenne senza nome, manda alla moglie Livia il messaggio destinato alla collega Claudia (il nome di un personaggio della serie a cui i due lavorano) e a Claudia un «ti amo» di routine, pensato per Livia. Ma Claudia, convinta di esserne la vera destinataria, ne approfitta per rivelare subito all’uomo il suo amore. A questo punto, chiunque al posto del nostro eroe avrebbe rettificato, specificando che il «ti amo» è stato un errore di spedizione. Capire perché, invece, il protagonista non lo faccia («Se non replico, pensai, la ferisco ancora di più. Mi decisi malvolentieri per una faccina sorridente»), è un tutt’uno con l’intuizione del groviglio dei suoi desideri, con l’innesco della trama densa di questo libro esile.

La teoria dell’arte fin dai Greci tramanda che la finzione è un inganno che permette di accedere a verità più grandi. La svista innocente del «ti amo» spedito alla persona sbagliata guida

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