(1. Il bruciatore)

La prima femminuccia la incontrai andando a cercare del diabolico cartone per accendere un fuoco. Proprio in mezzo al campus, tra l’edificio di chimica, quello di matematica, quello di musica corale e quello di psicologia, come una pallottola infiltrata in un bersaglio di tirassegno, c’era il bruciatore. Avevo il problema dell’insonnia e non avendo trovato uno straccio di posto dove dormire neanche cinque minuti avevo pensato di passare tutta la notte accanto al bruciatore, se fossi riuscito ad accenderlo. La donna che incontrai mi contese il pezzo di cartone. “Questo è mio” disse con rabbia, ma dopo che l’avevo già preso in mano. “Brutta stronza” le dissi “metti giù questo cartone”.
Per un attimo le vidi la mano saltare via, tranciata da un morso. La verità è che avrei voluto prendere alla gola quella Dalit e strozzarla così, in un istante.
“Maschio del cazzo, non ti darò il mio cartone”. Avevo con me un punteruolo e glielo ficcai in testa. Premei bene finché non gliela spaccai, quella testolina da inferiore.
Poi portai il cartone e la salma della donnetta al bruciatore, tutt’intorno era deserto. Buttai cartone e salma nel bruciatore e diedi fuoco, erano le sei di sera, cominciava a fare buio.
Questo è stato il mio primo rapporto con una donna lì nel campus. Il mattino dopo ero lì, ancora sveglio davanti al bruciatore che consumava le ultime ceneri. Ormai c’era luce ma io avevo freddo. Allora cominciai a girare attorno ai vari istituti in cerca di vestiti. Incontrai una stronza con una specie di vestaglia rossa, aveva capelli ricci lunghi poggiati sulle spalle.
Mi avvicinai.
Puzzava come un topo. Era fetida. Non so da quanti mesi non si lavava. Comunque mi mise una mano in bocca come per respingermi, e poi avanzava minacciosa. “Che vuoi? Che cazzo vuoi?” mi diceva. “La tua vestaglia, Dalit” risposi. Intanto preparavo una castagna da mollarle sulla pancia. Alla sua prossima spinta le diedi un calcio sugli inguini così forte che mi parve di sentire crack. Lei si piegò in avanti e allora le strappai una manciata di quei riccioli fetidi, unti. Mi rimasero appiccicati in mano. Le rubai la vestaglia e scappai via. Accanto al mio bruciatore.
Bruciai la vestaglia alle dieci di mattina.

La sera, purtroppo, cazzo, mi venne fame. Già da qualche tempo s’aggirava attorno a me e al mio bruciatore una ragazza o forse una donna completamente calva, una figura d’età imprecisabile e lugubre. Aveva grosse pupille nere su un viso esangue, girava e rigirava intorno al mio posto senza mai smettere di guardarmi. Un paio di volte l’avevo avvertita: “Ohé, che vuoi! Via! Sciò!”
La calva di tanto in tanto scopriva i denti come un cane.
Capii presto che aveva fame, quella mongoloide.
Mi fasciai bene una mano, e con molta cautela recuperai dal mucchietto di ceneri nel bruciatore il punteruolo. Le feci vedere il punteruolo, lo agitai nell’aria per mostrare i vari modi d’uso, come avrei potuto colpirla. Riprese a guardarmi con quell’espressione monacale, infelice, passarono alcuni minuti così.
Poi se ne andò.

Non mangiai un cazzo quel giorno. Ero debilitato perdio, pesavo forse trenta chili, al massimo qualcuno di più. E cominciavo a sentire della musica dall’istituto di musica corale. Il sole mi pesava sulla testa e dovetti perfino allontanarmi un po’ dal bruciatore per non crepare di caldo. Ma se mi distanziavo troppo immediatamente gelavo.
Bruciai la fasciatura alla mano e un paio di cerotti che avevo addosso, poi non rimase più niente. Io solo, e il bruciatore si spense.
Calò la notte e un pezzo di luna e alle undici, o più tardi non so, tornò la calva. Si avvicinò stavolta senza nessuna reticenza.
“Posso mangiarti?” disse, lasciando scoperta quasi tutta la fila di denti di sinistra, belli, bianchi e intatti.
Io la guardai bene in quegli occhi neri, brutta Dalit.
“Non so che dirti” le dissi consapevole di non avere più un goccio di energia “sei una vecchia Dalit brutta e antipatica, vattene via”.
Lei rimase lì, a guardarmi. Fece una smorfia di disgusto, e se ne andò.
La mattina la calva era lì, morta accanto a me, con i denti al sole, la bocca aperta. S’era sacrificata per me. Doveva esserle venuto facile, dopotutto. Col punteruolo la tagliai in due e mangiai una metà, l’altra la buttai nel bruciatore. Quando al risveglio l’avevo vista, smagrita accanto a me, per un momento m’era venuta voglia di scoparla. Poi m’ero detto “scopare una morta? e se portasse malattie?”

Passai il resto della mattina a fare pernacchie. A fare smorfie con la bocca e rumori vari. Una durò molto. Mi alzai in piedi e le ginocchia mi facevano male, tirai fuori la lingua e me la presi con una mano, poi guardai dritto in faccia al sole. Su una spalla ero un po’ ustionato, diedi una manata al sole e presi a camminare verso l’istituto di chimica. Avevo sete.
Dentro alla prima stanza c’era una Dalit bionda quasi ischeletrita adagiata sopra un tavolo. Aveva il teschio sopra la mano, come se dormisse. Un verme grosso e giallo stava tra il teschio e la mano, le mosche infiltravano la carne rimasta.
Mi misi seduto in un angolo e ripensando alla calva che aveva dato la sua vita per me mi venne la nausea; rigettai la sua carne e sangue. Per terra si formò una pozza immonda.
Fortemente dolorante vidi avvicinarsi la Dalit dai capelli ricci e unti, in mano aveva un’ascia antincendio. Puzzando come un topo si avvicinò sempre più
Recitai un paio di preghiere, poi morii di paura.
“Vedi quest’ascia, maschio maiale?”
“Sì che la vedo. E tu non vedi che mi sono pisciato sotto?” le dissi.
La pozza di vomito mi stava tra le gambe. Lei mi prese un dito e ce lo mise dentro, poi se lo leccò. Si sbottonò i pantaloni e ci pisciò dentro, nella pozza. Tante gocce una dopo l’altra. Le vidi la faccia divertita, totalmente ubriaca.
“Maschio maiale, ora bevi” disse.
Quello che dovetti fare per avere salva la vita ve lo racconto un’altra volta, non adesso. E puzzava così di topo.

Qualche giorno dopo, forse due, ero lì disteso accanto al mio bruciatore. Dentro bruciavano quattro o forse cinque manuali, corsi di elettronica o tecniche di brainstorming non so dirvi. Ne avevo una pila di questi manuali vicino a me, ne prendevo certi e li buttavo nel bruciatore. Ma il calore dei libri è così modesto. Perdio, se mi sentivo male.
Dopo l’episodio della Dalit che puzzava di topo ero stato bene. Ma ora stavo male. Avevo lo stomaco pieno di brividi, perché non avevo più visto la Dalit.
Me n’ero innamorato.

Non riuscivo più a dormire, l’insonnia m’era tornata più violenta che mai. Andavo avanti con succo d’arancia, ne avevo trovate delle casse piuttosto fresche nell’istituto di chimica che portavano disegnato sopra un bel sole rosso sorridente. Quando non dormivo sognavo a occhi aperti tonnellate di arance, rosse e gialle, tutt’intorno a me, fluttuanti. Me le strofinavo addosso, le baciavo, ci facevo l’amore. E deliravo a perdifiato in quel mare vitaminico, tondo e senza orizzonti.
La spirito della Dalit era con me. Era con me per la puzza dei piedi, e l’odore della sua saliva saporita sulla mia lingua, l’aspro contatto sulle mie labbra della sua piscia… mi distesi lì con le mani dietro la testa e cominciai a immaginare la Dalit danzare con uno straccio, soltanto uno straccio lurido attorno alla vita. E la vidi ingrandirsi, per due volte, per tre… fino a schiantarsi nelle mie pupille.
Qualche sera dopo tornavo con un faretto che avevo rimediato nell’istituto di antropologia e buttavo qua e là luce pensando di trovare qualcosa. Sempre senza nessuna inclinazione a dormire sentii un rumore dietro alcune lastre di vetro accantonate in un giardino. Ci andai pronto a morire. Saltò fuori un ragazzino, calvo tranne che per qualche riccioletto uncinato attorno alle orecchie, portava una maglietta strappata grigia e teneva in mano una bambola. Aveva una ferita grossa e circolare sulla nuca, sotto la quale c’era tatuato il suo nome, Belboz.
“Che cazzo fai?” gli dissi.
“Cambio sesso alla mia bambola” disse.
“Fammi vedere un po’”.
Lui passò la mano sporca sul sesso della bambola e quando la tolse quella aveva un cazzo.
Ci rimasi male perché non avevo capito. Presi la bambola dalle sue mani (non fu difficile ottenerla) e lui mi guardò girando la testa di scatto, vidi ondeggiare quei pochi riccioli sporchi attorno alle orecchie, e le iridi succose di sangue.
“Ti sbianco” gli dissi, “fammi vedere come fai”.
Pretese la bambola indietro e gliela restituii. Dopodiché, facendomi vedere ancora meglio, alla luce del mio faretto, lui passò la mano sporca sul sesso maschile della bambola e quando la tolse le nacque una fica.
Presi il bambino al collo, stringendolo sotto il braccio, gli diedi due pugni sulla testa e poiché era calvo come la calva che aveva dato la vita per me gli si formò un piccolo arcipelago rosso, un coagulo sul cranio e allora lo strofinai e gli dissi: “No non piangere, ti voglio bene piccolo. Resta con me, non ti ucciderò”. Ma lui non cessò di piangere. Unica consolazione, aveva con sé la sua bambola.

Belboz aveva sempre freddo. Era scappato, m’aveva raccontato, da un riformatorio-lager fuori dalla città universitaria e accusava tutti i sintomi di un’educazione nel terrore. Tremava come gelatina se appena lo tenevo a due o tre centimetri di distanza di troppo dal bruciatore e la distanza giusta era sempre dieci o undici centimetri al massimo. Dormivamo vicini. Una sera c’eravamo addormentati subito, senza nemmeno parlare, lui aveva la sua bambola, credevo di tenerlo al caldo perché, oltre a abbracciarlo, gli avevo avvolto intorno una coperta rancida che avevo raccattato vicino all’Istituto di Scienze della Maternità, ma mentre ero quasi incosciente e affogavo sotto la pelle di un sogno squallido Belboz si mosse di scatto. E un altro scatto, assai convulso. Cominciò a agitarsi a scosse, a starnutire e poi a mormorare parole che non si capivano, un flusso labirintico. Mi svegliai.
“Che c’è?” gli domandai con voce allarmata ma lui continuava a fare il suo discorso stravolto, allora gli guardai la bocca schiumosa e gli occhi per leggere qualcosa ma si fermò di colpo, come meravigliato. Sembrò che tutto fosse finito, stavo riaddormentandomi, lo scaldavo col mio stomaco contro la sua schiena, quando si alzò improvvisamente liberandosi della coperta e fatti due tre passi via da me vomitò.
“Ho freddo” disse dopo, continuando a tremare.
“Vieni che ci avviciniamo di più al bruciatore” risposi.
Superammo la distanza consueta, i limiti di cui vi ho detto dei dieci undici centimetri.
“In fondo non fa mai caldo abbastanza” gli dissi all’orecchio, quasi per non fargli pesare il mio affetto.

Un giorno, forse due dopo l’incontro col bambino calvo e tatuato, cioè Belboz, presi la decisione. Visitare quella specie di riformatorio-lager da dove era scappato e di cui spesso mi parlava come un posto pieno di orrori. Andammo. In un piccolo marsupio portavo un taccuino con la copertina nera che avevo il vizio di grattare e una penna che scriveva a tratti. Intanto cominciò a piovere.
“Che fai?” domandò Belboz quando cominciai a scrivere nonostante la pioggia che bagnava il taccuino.
“Annoto impressioni sulle giornate e i luoghi. Sull’atmosfera che si respira”.
Avevo un bicchiere di plastica e una confezione quasi nuova di Valium 2 gocce. Mi fermai, misi una trentina di gocce nel bicchiere e bevvi.
“Un po’ d’ansia” dissi.
“Siamo quasi arrivati, ecco vedi, è laggiù. Annota, annota la tua prima impressione” disse Belboz.
Lui come passatempo mentre pioveva a dirotto riprese a carezzare la sua bambolina di plastica.

“Perché sei finito qui?” mi domandò una mattina all’alba Belboz.
“Perché sono finito qui? Non lo so, mi sono iscritto all’università e sono finito qui” accennavo con lo sguardo allo sfascio silenzioso intorno a noi, di cui mi sentivo responsabile pur essendo, di sicuro, innocente come tutti gli sconfitti.
“Ma non può essere andata così. Non c’è nesso”.
“Che non c’è lo vedo anch’io. Non me la sento ora di discuterne, non voglio perderci il sonno”. Camminavamo verso un giardino non spelacchiato che avevamo visto dalle parti di sociologia. Un giardino mantenuto non si sa come, una terra benedetta. Poi lui, meccanicamente, si rimise a parlare del lager e mi spazientì, ma tenni tutto dentro. Diceva che l’unica cosa ottima di quel posto era che si mangiava bene. “Mi sembra già molto” gli dissi. “Ma a me non piace mangiare” rispose lui. Arrivammo al giardino. C’erano vari ortaggi che forse si potevano prendere. Ne strappammo più possibile, brucando fino alla terra, portammo la scorta, inebetiti e sporchi e sempre parlando del nostro passato (più che altro del suo passato, era così piccolo e sembrava avesse vissuto ogni anno della sua esistenza tre volte) alla nostra tana. Là li cucinammo facendo una zuppa di verdure alle undici, mangiandola prima del sole a picco con lo stomaco che si lamentava perché ormai s’era abituato alla carne.
Parlammo della Dalit.
“Ne sono innamorato perché emana quell’odore inconfondibile di fica” dissi poco prima di rallentare il respiro per un colpo di sonno, ripetendo la parola “fica” perché mi assopiva.
Belboz divertito mi chiese di descrivergliela.
Cantilenai sotto sforzo “è una fica, sa di fica, che altro devo dirti”.
Belboz insisteva: voleva un ritratto a parole della fica in questione. Prendermi in giro gli piaceva, e io lo assecondavo, perché piaceva anche a me lasciarmi andare.
“Te la farò vedere, appena la riavrò”.
Belboz chinò la testa vicino al bruciatore mostrando la nuca e il suo nome maldestramente, coraggiosamente tatuato sopra. Divenne pensoso.
“Quando la riavrai, faremo l’amore insieme” commentò Belboz, “ma prima devi purificarmi, togliermi ogni frustrazione”.
“E così sia” dissi facendogli il segno della croce sulla nuca con le dita, che sapevo esser il miglior rimedio per lenire il morso delle frustrazioni, e mi buttai nella polvere per dormire.

(2. Giù)

Dopo qualche giorno Belboz mi abbandonò. Ci rimasi di merda, diedi un pugno al bruciatore e mi ruppi il polso, il bruciatore smise di funzionare. Passai un’ora a guardarlo con tristezza ma non riscaldava più, non bruciava più nulla, non faceva nemmeno più rumore. Era solo un rudere.
Per molto tempo fui preso dalla depressione, dalla mania del sudiciume, dalla tentazione di abbandonarmi completamente allo schifo. Feci e disfeci una fasciatura decente per il polso, cominciai a ammirarla e mi tornò il buonumore.
Entrai nel bruciatore spento, come un matto. Faceva un freddo infernale, accesi il mio faretto. Poi cominciai a andare giù, a scendergli nell’intestino. Dopo pochi metri di discesa, giunto a una specie di grande scalino muffoso trovai Belboz inchiodato a un muro con faccia e stomaco contro la roccia. Tutt’intorno gli era stata addossata una formazione a conchiglia di candele bianche e nere accese e fumanti. Lungo tutto il corpo del bambino, dalla testa scendendo alle gambe gli erano stati applicati dei peli, dei capelli, di non sapevo chi ma fetidi. Mi accostai a una parete molto umida e sentendo una forte puzza d’urina deglutii e vomitai. Discretamente la Dalit integralmente nuda, completamente glabra uscì fuori da un canto e maneggiando una pistola arrugginita dopo che ebbi finito di rigettare mi disse “come mi trovi?” Sembrava smaltata.
“Trovo piuttosto male il mio bambino” dissi.
“Ho fatto un taglio, hai visto? O più correttamente, rasatura. Non ha voluto un soldo. È stato lui a tagliarmi i capelli, – e indicò con la canna della pistola Belboz – è stato lui a voler morire così. Credeva nella magia nera sai?”
“Chi non ci crede” le risposi.
“Mi ha fatto capire tante cose quel viscido” proseguiva la Dalit, sempre stringendo la pistola come se le potesse cadere in ogni istante. La stritolava.
“Non era un viscido. Era ancora un bambino, scappato dall’asilo”.
“Vieni” mi disse la Dalit dopo aver riflettuto un istante, accennando l’invito con la pistola, che ormai le si era incarnata in un undicesimo dito.
Andai.
“Bella quella fasciatura, te la sei fatta da solo? Che hai fatto al polso?” domandò in sequenza.
Non ebbi la presenza di spirito o il tempo di rispondere, d’altronde ero così emozionato di rivederla.

La Dalit mi portò a conoscere sua figlia, scendendo sempre più sottoterra. Arrivati a una grotta la Dalit si passò lo straccio bianco tra le gambe e la bambina riconobbe certe inimitabili goccioline, ovvero l’unico inconfondibile sfregamento prodotto e disse: “Bentornata mamma”.
Vidi in faccia la piccola creatura, più bianca del gesso. Iride e pupilla non si distinguevano, fuse entrambe in una massa torbida nel bianco degli occhi. Indossava una semplice maglietta nera che metteva in mostra i muscoli delle braccia ancora in formazione. Un seno (forse il sinistro) mancava e al centro della testa aveva perduto quasi completamente i capelli. I denti erano completi, perfetti, ma dal momento che se ne stava seduta con le gambe incrociate potevo notare che le dita dei piedi erano storte e perlopiù prive di unghie. Portava una collanina di cuoio con sbiaditi coralli rosei inanellati. Mi piacque subito il grosso orecchino a piastra che pendeva dall’orecchio sinistro, sproporzionatamente grosso per quella testa.
“Saluta mia figlia” disse la Dalit.
Stavo pisciando in un angolo. Finii e feci un inchino alla bambina.
La Dalit guardava la mia macchia di piscia. Aveva negli occhi e nelle labbra un vigore nostalgico.
“Devo andare a prendere qualcosa da mangiare. Voi fate come se non fossi mai esistita” annunciò la Dalit e sparì. Prima di andarsene gettò un’altra occhiata fissa al mio laghetto d’urina e camminando ci mise intenzionalmente la punta del piede. La sentimmo risalire poi avvertimmo dall’alto una fiammata. Guardai interrogativo la bambina: “Mamma ha riacceso il bruciatore” m’informò.

La bambina mi raccontò delle sue difficoltà. Ad esempio, quando pisciava, delle volte, si sentiva male. “Io non sto mai male per colpa degli altri” disse “sempre per colpa di me stessa. Ti piacciono le donne?” mi domandò.
“Una cosa per volta, parli proprio come tua madre. Che intendi dire che quando pisci stai male?”
“Piscio sangue”.
“No le donne non mi piacciono”.
“Allora perché non mi prendi?”
“Che cosa?”
“Perché non mi chiavi?” si tolse la maglietta e potei vedere bene la lieve cavità al posto del seno mancante. Intorno c’era, piuttosto evidente, il segno forse di un’ustione, o un morso.
“Chi te l’ha fatto quel lavoro?” domandai.
“Papà”.
“Chi è papà?”
“E’ il tedesco, quello che forniva i pasti alla mensa dell’università”.
“Nell’università non c’è nessuna mensa. E non c’è nessun tedesco”.
“Sì che c’è. C’era. Quando torna mamma, domandaglielo”.
Restammo così un po’ a parlottare ma soprattutto muti accanto alle candele di stearina viola che bruciavano senza puzzare. Guardavamo le nostre facce come trapassando di volta in volta dalla coscienza dell’uno a quella dell’altra: non era difficile e ci comprendevamo pienamente, con un’intuizione intellettuale.
“Ti prego scopami” ripeteva ogni tanto lei torcendo le gambe, quei piedini senza unghie.
“Mi fa male, non posso”.

La Dalit tornò quando già mi ero addormentato da mezz’ora, mi svegliò picchiandomi con un piede dietro l’orecchio e intimandomi di mangiare la carne calda. Ne aveva arrostito e portato giù un vassoio di rame pieno.
“Che è?” dissi con la testa avviluppata da fasce gelide di dolore.
“È di gente che ho trovato su, quasi tutti già morti”.
“Carne anche del tedesco?”
La Dalit diede un’occhiata a sua figlia. “Mangia” disse, “ne parliamo poi”.
Al sapore si capiva subito che era maschio. La bambina addentò coi suoi pugnaletti perfetti. Casualmente incontrò il mio sguardo proprio mentre io avevo alzato gli occhi su di lei. Mi sentivo sempre più gravemente innamorato della Dalit, e cominciavo a sviluppare istinti protettivi anche verso la figlia.
L’idea di dover morire proprio adesso che vedevo la possibilità di una famiglia mi immalinconiva.
Finimmo di mangiare, la bambina per ultima. Camminò verso il suo piumone rosa e si distese tutta lunga sulla schiena con una mano sulla pancia e il mento alto. “Per digerire adesso” disse “dovrei cantare”.
“Chiedi a questo qui se ha voglia di ascoltare” commentò la Dalit.
“Certo”, dissi.
La bambina cantò una canzone che mi suonava nuova. La cantò con una voce acuta, sottile, poi si addormentò prima di finirla. Mentre dormiva emetteva un forte gorgoglio dai polmoni. La Dalit mi spiegò che aveva una specie di polmonite cronica, causata dal petto schiacciato. Si sentiva rumore d’acqua dall’interno del torace a ogni respiro, il petto le si affossava e risollevava poco. Una pena.
“Hai provato delle cure?” le dissi.
“Dove lo trovo un dottore?”
La fissai senza rispondere alla luce evanescente delle candele.
“Che c’è?”
“Guardavo il tuo segno attorno al collo”.
“Lascia perdere il segno. Sei un dottore?”
“No”.
“Se sei un dottore dimmelo, mi può servire. Per lei, dico”.
“Non sono un dottore ma secondo me è finita”.
“No che non è finita e mi hai proprio rotto il cazzo. Se vuoi vattene, la via la sai, su, verso il sole”.
“Non m’importa del sole, di questo nostro sole. Resto qui”.
Mi chinai su un fianco e guardandola, fissandola a lungo mi resi conto che stavo ridendo coi miei denti marci. Li coprii con le labbra e mi preparai a dormire.

“Senza il tedesco non ci potevo stare” mi disse la Dalit verso quelle che dovevano essere le sei di mattina. La bambina rantolava ancora, ma di meno. “Vuoi una tazza di caffè?”
“Sì”.
Mi porse una tazza di rame piena di quel caffè che sapeva di alcol.
“Mi dicevi del tedesco”, le dissi.
“È un primitivo. Non ha cervello. All’epoca aveva l’appalto per la mensa dell’università. Con lui mi ci trovavo. Era un pazzo e io stavo molto male, se fossi stata con una persona normale l’avrei fatta soffrire troppo. E il sesso era soddisfacente”.
“E poi?”
“E poi nacque lei, dopo un aborto spontaneo. Dovevamo avere questa bambina. Passano quattro anni e lui comincia a metterle le mani addosso”.
Mentre la Dalit mi parlava mi domandai come dev’essere avere, che so, cinque anni e vedere tuo padre, gigante, avvicinarsi innanzitutto con le mani, metterle sempre troppo avanti, troppo a fondo. La mia era sincera curiosità ma non feci domande a proposito.
“Io e il tedesco litigammo per quel motivo nel nostro solito modo, senza minacciare, urlare né insultare. Semplicemente togliendoci aria, impedendoci l’un l’altra di respirare. Io volevo toglierlo dal mondo per quello che aveva intenzione di fare alla bambina, mi faceva schifo che nel suo cranio privo di cervello ci fosse un unico pensiero. Potevo solo ammazzarlo, ma allora, te lo ricordi, uccidere non era facile come adesso”. Mi guardò con gli occhi umidi, rossa di emozione, cioè, credo, di vergogna.
“Io mia madre l’ho dovuta difendere presto” dissi. La Dalit mi guardò vagamente interrogativa ma al momento non potevo spiegarle né mi avrebbe ascoltato.
“Una sera” proseguì la Dalit “portai la mia bambina a cena fuori. Io e lei da soli, una madre di poco più di trent’anni e una bambina non ancora di otto, sole, in un ristorante da signore cinquantenni. Lì si sentì male, mentre aspettavamo le ordinazioni. Lì, nel cesso di quel ristorante per vecchie lesbiche, ho tolto una fasciatura che la mia bambina s’era fatta da sola, e che le copriva il seno sinistro. Adesso vedi che piango, sto piangendo da allora in realtà, è come quando ti prende il singhiozzo e non ti passa più”.
La bambina fece una mossa nervosa da sotto la sua coperta, poi sembrò svegliarsi, la Dalit si mise una mano davanti al viso come a dire: l’ho fatta grossa, l’ho svegliata, le ho fatto venire un incubo.
Io che non sono capace di sentirmi all’altezza di nessuno la abbracciai e lei mi lasciò fare. “Lei mi ripeté la classica frase” ricominciò a raccontare la Dalit con voce appena udibile, le labbra vicino al mio orecchio, “se ti dico che è stato papà sono morta. E quando me l’ha detto sono rimasta imbambolata, senza forze, davanti alla mia bambina che mi guardava, alta poco più di un cagnolino, con quella benda ficcata nel cestino dell’immondizia”. La Dalit consumò la sigaretta e la spense a terra. “Ora”, concluse “lo voglio solo ritrovare”.

(3. L’oceano Amanda, il villaggio dei tuareg)

Ci vestimmo la mattina dell’indomani, radiosi. Era appena l’alba.
“Che fai tu nella vita?” mi domandò la bambina mentre arrancavamo per la stessa strada che avevo fatto qualche giorno prima guidato da Belboz, quella che portava al riformatorio da dove era scappato.
“Vuoi dire che facevo prima”.
“No, adesso”.
Il sole ancora non molto alto ci illuminava. Tirai fuori i canini facendole il gioco del vampiro. Lei rise e guardò sua madre come per dire: che pagliaccio.
Arrivammo al mare. L’unico oceano rimasto sulla Terra. Onde alte come falansteri che però già a cento metri dalla riva collassavano proprio come avevano fatto le città e quando toccavano la riva erano esauste proprio come noi.
“Dove ci hai portato?” domandò la Dalit.
“Non ci capisco niente” risposi. Mi voltai cercando di orientarmi riguardando la strada che avevamo fatto. Quindi tornai a guardare i muri d’acqua che si spegnevano innocui, con rapidità straordinaria, ai piedi della bambina che si era spostata sulla riva e guardava estasiata quelle evoluzioni d’acqua.
“Non hai mai visto questa cosa, vero piccola?” chiesi alla bambina.
“No”.
“Sei vuoi puoi battezzarla. Darle un nome. Tanto per quello che ne so domani potrebbe non esserci più. È come l’amore, balena”.
A volte mi tornavano alla mente certi verbi di un linguaggio preciso, infallibile, anche se probabilmente non era più un linguaggio comune.
“Chiamatela come me”.
“Oh ecco una buona idea. Buona davvero. E tu come ti chiami?”
“Amanda”.
La presi in braccio.
“Ecco, questo è l’Oceano Amanda”.
Scambiai un’occhiata d’intesa con la Dalit, che aggiunse un gesto con la mano come per dire: no, io non ho voglia.
“Andiamo a bagnarci dentro te medesima, ovvero l’amore che balena, Amanda, questo oceano deve renderti onore tutt’intero, oppure sparire così com’è apparso” dissi con tono da mago. Amanda rise. L’acqua era fastidiosamente calda e dovevamo stare attenti alle piccole, irascibili meduse.

Stavamo lì, a bivaccare sulla sabbia. Io avrei voluto essere il marito della Dalit e il padre di Amanda, ma in che modo esserlo in un deserto davanti al mare malato? Ovunque guardassi non si scorgevano punti di riferimento. Eravamo in trappola, dopo il bagno non mi ero rivestito e il sole cominciava a ardere alle nostre spalle. A un tratto, dal nulla – mi avevano raccontato che nel deserto poteva capitare e che non bisognava temerli, ma mostrarsi sicuri e impassibili proprio come con i cani randagi – si materializzò un tuareg.
Parlava la nostra lingua ma con un accento che la svisava: “Vi siete persi?”
Non capivo che a tratti la sua lingua, che ora sto traducendo per comodità. La Dalit rispose che non sapevamo dove ci trovassimo. Il tuareg strizzò gli occhi incorniciati dal suo shesh blu. Aveva un naso formidabile, allungato ma regolare, come di marmo.
“Se volete, potete seguirmi e tornare indietro. Non so se vi conviene rimanere qui. Restare qui può essere pericoloso”, i suoi occhi si puntarono sulla bambina. “Di sera si alza il vento, e si sente pioggia nell’aria”.
Amanda si strinse alla madre, chissà perché credendo che il tuareg la minacciasse. Invece la stava avvertendo di un pericolo mortale, assai peggiore delle vipere e degli scorpioni dei quali aveva orrore.
Mi alzai in piedi e mi rivolsi al tuareg:
“Tedesco? Conosci tedesco?” Gli domandai.
“Tedesco? Non so niente di tedesco”.
“Tedesco!”
“Non so niente di tedesco”, il tuareg guardò la Dalit, senza capire cosa volessi. Mi sedetti di nuovo sulla sabbia.
“Se ti seguiamo”, domandò la Dalit, “dove ci porti? Dobbiamo mangiare, dormire. Io non sto più in piedi”.
“Vi porto a casa mia, sull’altopiano”.
“Casa tua?”
“Lì potrete mangiare e riposare. E la bambina starà al sicuro”.
“Che dici andiamo?” mi domandò la Dalit.
“Sì, dico di andare con lui. Ci siamo persi, non c’è altra strada che seguirlo. Siamo nelle mani di Dio” risposi, senza sapere bene cosa stessi dicendo. In particolare il riferimento a Dio era stato del tutto involontario ma confidavo che la Dalit capisse che era solo un modo di dire.
Mi vestii e fui il primo a mettermi in cammino dietro al tuareg. La Dalit, con Amanda al fianco, anzi, di qualche passo avanti alla madre, seguiva per ultima.
Avendo paura che fosse stremata, mi voltavo continuamente a controllarla. Che non fosse finita sotto la sabbia.
Provavo questo bizzarro amore per lei. Qualcosa di assolutamente nuovo, mi sentivo al centro della vita.
Il tuareg lasciava una scia di odore pungente, probabilmente dovrei dire fetore, ma voglio rispettarlo. Il tuareg si voltò, mi guardò, disse delle parole che non compresi. Aveva voglia di parlare, con me ci rinunciò presto. Quando non so una lingua, non la so, nemmeno ci provo a scucire la bocca, non posso aggiungere altre umiliazioni al mio sentimento di inadeguatezza.

Il modo in cui il tuareg camminava sotto il sole rosa. Io che guardavo lui, la sua figura apparentemente divina, e mi giravo a guardare la Dalit, il mio amore. Ebbi una magnifica visione sessuale, nitida, realistica come non mi accadeva da tempo, accompagnata da un’erezione sicuramente favorita dalla confusione mentale. Ero inginocchiato ai piedi della Dalit. Ci infilavo il naso, respiravo, le abbracciavo le gambe pregne di quel misterioso afrore emanato dal tuareg, provavo a entrare con la testa nel cuore della sua fica, soprattutto leccavo e leccavo. La mia lingua si cuciva al suo sesso e diventava, in effetti, parte delle sue grandi e piccole labbra.
Nella visione, questo complicato atto sessuale si svolgeva in una casa, una vera casa con i tappeti per terra e le tende alle finestre. Dopo poco la visione si sfaldò.
Mi voltai a guardare la Dalit che arrancava, mi morsi il labbro.
Arrivammo a un burrone, il tuareg ci invitò a sostare per guardare nel fondo. C’erano resti di esseri umani.
La bambina si coprì gli occhi con le mani, poi le tolse e guardò meglio di tutti.
“Chi sono?” domandò la Dalit.
“Non lo so, ogni giorno sono diversi” disse il tuareg.
“Chi ce li butta?” chiesi io.
“Forse il tuo tedesco” mormorò il tuareg, riprendendo a camminare verso l’altopiano.

Il villaggio dei tuareg era suggestivo fin dal nome. Si chiamava, tradotto nella nostra lingua, Riparo delle Donne. Si potevano ammirare, lasciando senza fiato, certe incisioni e soprattutto pitture, in un complesso di grotte lì nei pressi, che giocavano sul soggetto di un’antica società matriarcale costituitasi quando le donne cominciarono a essere perseguitate dai loro maschi per gli inconvenienti della mestruazione. In queste pitture e incisioni si rivelava una costante associazione tra la vagina e l’idea di ferita infetta, anzi, proprio di peste. In un episodio del ciclo, una donna attaccava la peste al suo sposo, un guerriero che era giaciuto con lei nel periodo della mestruazione. Il guerriero, cacciata la donna, e apparentemente moribondo, riceve la visita di due suoi amici vincolati al celibato (lo si deduce dall’assenza di certe decorazioni), gli amici conducono dei caproni, e tanto gli amici che i caproni sono completamente piagati, dal che il guerriero capisce che la moglie gli è stata infedele con uomini e con animali. Il seguito del ciclo è gravemente rovinato.

Da dove comincio per raccontare di quando la bambina si ammalò rivelando esattamente gli stessi sintomi della peste rappresentata nelle pitture? Febbre alta, tumefazioni viola su tutto il corpo e in specie tra le gambe, gli abitanti del villaggio avevano paura anche solo di sentirla nominare, figuriamoci vederla in quello stato e nemmeno l’uomo medicina volle visitarla, dicendo alla Dalit che la sua vita era alla fine. Solo il tuareg ci venne in aiuto e ci sistemò, tutti quanti intendo dire, nella casa della moglie dalla quale viveva ormai separato senza però che fosse stato decretato un divorzio, cioè una qualche forma di divorzio pubblicamente sancito. Lì sull’altopiano le case erano delle costruzioni tozze e circolari di un piano e mezzo, a volte due piani, in argilla e paglia, che i villeggianti chiamavano scarabei di fango. Quella della moglie del tuareg era addirittura a tre piani, una delle più grandi che indicava l’appartenenza a una casta di altissimo rango. L’ultimo piano era completamente sgombro, e lì ci rifugiammo. La moglie era una donna di origini nordiche, occhi azzurri e capelli biondi, alta e bella. Schiva. Era scostante ma non perché fosse ostile, appariva piuttosto perseguitata da qualcosa, il suo silenzio era sempre affollato di pensieri, lo si capiva dalla fissità preoccupata dello sguardo chiarissimo.
La prima sera che ci trovavamo nella casa della moglie del tuareg fummo sfamati con grasse e saporite anguille, poi io, la Dalit e Amanda ci stendemmo sul fieno e ci coprimmo con una coperta di pelle rivestita di pelo nero.
La bambina delirava.
“Scotta”, disse la Dalit ritirando la mano dalla fronte della figlia, allora la moglie del tuareg la cosparse, dai capelli alle caviglie, di un velo di sabbia, “questo la rinfrescherà”, disse, e scese di sotto.
Non mettemmo mai in dubbio che fosse tutto fuorché una qualche pestilenza. Escludevamo di poter cadere vittime di un contagio. Ci addormentammo, io sognai anche. Sognai che ero nel letto solo con la bambina, Amanda, e le carezzavo a una a una le vertebre della schiena, che sporgevano sotto la pelle bollente. Lei mi chiedeva cosa mi piaceva, e io non sapevo cosa rispondere.
“Ci deve essere qualcosa per cui impazzisci” mi domandava.
“Vederti mi sembra abbastanza”.
“Ti piace tanto mia madre?”
“Sì”.
“Cosa ti fa impazzire di lei?”
“Il fatto che, se anche ora un oceano porta il tuo nome, tu non sei uscita dalle onde del mare ma dalla sua fica”.

(4. La morte di Amanda)

La mattina ci svegliammo e trovammo Amanda diaccia tra noi, morta. La moglie del tuareg disse, nel suo dialetto nordico, “che tragedia”.
Il tuareg arrivò pochi minuti dopo, irrompendo nella ampia stanza dal tetto basso come una furia. Nessuno l’aveva avvertito, disse che aveva avuto un presentimento. Si gettò in ginocchio e abbassò la testa, si tolse lo shesh e lo stese come un piccolo sudario che coprì interamente la piccola faccia, il collo, lo sterno di Amanda.
Ci sedemmo tutti attorno a un tavolo, fumando, piangendo, sorseggiando caffè. La Dalit stringeva la bambina tra le braccia, nessuno aveva il coraggio di togliergliela e procedere alla sepoltura.
“Non voglio più vivere” disse alla fine la Dalit. Accarezzava con una mano la guancia di Amanda ma senza toglierle lo shesh, così che sembrava accarezzare un feticcio.
La moglie del tuareg, che si chiamava Astrid, raccontò di quando il figlio, che aveva avuto dal suo primo marito, si lanciò dalla finestra dell’appartamento nel quale abitava quand’era studente all’università. Il corpo non venne recuperato, anzi venne fatto a pezzi e mangiato dai primi cannibali, che ancora non erano in grado di digerire e morivano quasi tutti, per essere mangiati a loro volta. Raccontò la storia e precisò: “Non voglio assolutamente che tu ti senta consolata, o anche minimamente sollevata, dal racconto della distruzione di mio figlio. Forse un giorno anche tu racconterai la tua storia a un’altra donna, forse già domani”. Le parole di Astrid, che in un altro momento sarebbero sembrate assurde e crudeli, ci parvero semplicemente vere.
La Dalit lasciò per un istante la guancia di Amanda e strinse la mano di Astrid. “Grazie”, le disse. E la tenne stretta.
Io guardavo negli occhi il tuareg.
“Forse noi uomini dovremmo uscire fuori” sembrava dire il suo sguardo. Presi un’altra sigaretta dal pacchetto sul tavolo e, insieme a lui, uscii fuori. Aveva appena cominciato a piovere.

“E’ una giornata così magnifica” disse il tuareg osservando il cielo di un colore giallino e i vapori dell’orizzonte che balzavano come la schiena di un cavallo imbizzarrito, “a volte il mondo è in lotta con se stesso”.
“Tua moglie è una brava donna, come l’hai conosciuta?”
“Per strada”.
“Per strada?”
“Camminava per strada, non so nemmeno dove andasse di preciso ma per un tratto ci trovammo affiancati. L’ho fermata, ci siamo conosciuti. Mi ha sempre dato la sensazione di avermi cercato per anni. Io invece ci ho messo qualche tempo a affezionarmi”.
“La ami?”
“Non posso stare senza di lei”.
“E tu la tua donna la ami?” mi domandò.
“Moltissimo” risposi.

In quel momento la Dalit uscì di fuori, si sedette ai miei piedi, “ho lasciato Amanda a Astrid” disse. Mi sedetti al suo fianco e il tuareg, con discrezione, rientrò in casa.
Lei teneva in mano due bicchieri di vino bianco, me ne allungò uno.
“Ti va di bere?” disse.
“Cos’è?”. Presi il bicchiere e senza aspettare la risposta cominciai a bere quel vino profumatissimo, caldo.
La Dalit si sfilò uno stivale e lo sbatté per terra per farne uscire la sabbia. Camminò un po’ in tondo, come per sentire la terra col piede nudo, poi tornò a sedersi vicino a me, si rinfilò lo stivale.
“Ti do due ore, al burrone”, mi disse.
Mi voltai verso di lei ma evitava di guardarmi, fissava il suo bicchiere di vino caldo.
“Non sono sicuro di ricordarmi come ci si arriva”.
“Chiedi al tuareg”. Si alzò e rientrò dentro casa. Seduto là fuori, la sentivo parlare, con una certa serenità, con Astrid.
Le chiedeva, così, quasi per caso, se conoscesse la strada per il burrone.

Smise di piovere, la terra si asciugò in fretta, e io andai. Non avevo chiesto nulla al tuareg, ero sicuro che mi sarei ricordato la strada, così come un uomo che vuole ammazzarsi si ricorda di un posto adatto a farla finita.
Sdraiato sul ciglio del burrone, trovai un uomo. Aveva le labbra scorticate, la gola gonfia, gli occhi gialli. Indossava una qualche tenuta militare lacera e fradicia e parlava tedesco.
“Aiutami, mi ha punto uno scorpione” disse, “non riesco più a respirare”.
Me lo caricai sulle spalle, e quando mi voltai per riportarlo al villaggio, sull’altopiano, mi trovai davanti la Dalit che stava venendo al burrone. Era scalza, aveva potuto fare a meno degli stivali dopo che la pioggia aveva rinfrescato il terreno e indossava un sari bianco, di tessuto finissimo, trasparente. Tanto trasparente che, appena l’avevo intravista voltandomi con il mio carico umano sulle spalle, m’era parsa nuda. Alla vita aveva allacciata una fascia, dalla quale pendeva una sciabola.
“Dobbiamo farlo proprio adesso?” le dissi. “Quest’uomo sta morendo”.
“Non dobbiamo farlo. Ma lui buttalo giù”, disse.
“Perché?”
“È il tedesco”.
“Come fai a esserne sicura?”
Non le dissi che parlava tedesco e l’uomo taceva, gemendo di dolore, come un respiro affannoso.
“Buttalo giù”.
Me lo lasciai scivolare dalle spalle giù a terra.
“Le cose sono cambiate” dissi.
“Che vuoi dire con le cose sono cambiate”.
“Voglio dire che non dobbiamo più…” ma non riuscii a continuare.
La Dalit si avvicinò al tedesco. Lui la vide e tentò di strisciare lontano dal suo sguardo.
“Che schifo mi fai, hai ancora il coraggio di farti vedere in giro” gli disse la Dalit.
Quello continuava a respirare affannosamente.
La Dalit sfilò la sciabola dal fianco e s’inginocchiò su di lui, gli mise il filo della lama sul collo.
“Ti risparmio ma non provare mai più a cercarla”, gli disse, aprendogli il pugno e strappandogli di mano un foglio di carta spiegazzato, dove c’erano scritte delle cose con un inchiostro viola. Appallottolò il foglio e lo buttò nel burrone, seguito dalla sciabola, che volò giù affettando il vento. L’uomo, quando vide il foglio sparire seguito dalla sciabola oltre il ciglio del burrone, fu tentato di esclamare qualcosa che gli rimase in gola e sembrò che i suoi occhi di ghiaccio si frantumassero.
“Tu prendilo per le braccia, io per i piedi”, mi disse rialzandosi.
Portammo l’uomo al villaggio, dove l’uomo medicina con una pozione curò gli effetti della puntura di scorpione. Cominciò a respirare normalmente e, in due giorni, il malato riuscì a reggersi in piedi. Una mattina, quando ancora dormivamo, se ne andò e non lo vedemmo mai più.
Ebbi la curiosità di sapere dalla Dalit che cosa ci fosse scritto su quel foglietto con i caratteri in viola. La Dalit si accese una sigaretta al fuoco che lei stessa aveva appiccato con sterpaglie, quella sera. Mi rispose che era un biglietto. C’era una frase sgrammaticata: “Amanda, il mio cervello, il mio stomaco, il mio cuore è sempre con te”.