Quando Giorgio tornò a casa nervoso ma senza sapere di esserlo per delle cose che non ci riguardano e che gli erano capitate tra il lavoro e il telefono e che lui aveva cercato di ignorare senza riuscirci bene, trovò Anna che invece era bella tranquilla e gli rovinò del tutto la giornata. Ti va se andiamo a teatro, gli disse, che c’è la mia amica Elisabetta, che mi ha scritto che è qui che fa uno spettacolo che dovrebbe essere carino e ci tiene? Questa proposta apparentemente innocente esplose come una bomba nel cervello già provato di Giorgio. Giorgio è un uomo educato e tiene in un certo conto la cultura, sa inoltre di non essere pratico di teatro e non si permetterebbe di dare giudizi su qualcosa di cui non è pratico, per cui a teatro non si concede la collera, subisce la noia e colpevolizza sé stesso e nessun altro, così stasera quando Anna gli fa la proposta sinistra di andare a vedere lo spettacolo che Dovrebbe Essere Carino, Giorgio perde completamente il rapporto con sé stesso, non sa più chi è. Ma stasera non c’era da fare partire la lavastoviglie?
Forse il teatro italiano è bruttino. Ma forse no, non è vero. Il pubblico ci va, succedono cose, ce la mettiamo tutta. Eppure il dubbio…
Zoe ha otto anni, gli anni scorsi ne aveva sei e sette, l’abbiamo portata a teatro a Londra, ha visto tre spettacoli, uno non le piaceva proprio e siamo usciti, gli altri due le piacquero (uno immensamente, l’altro abbastanza). Ora però non si riesce più a portarla in teatro in Italia, in compenso vuole studiare l’Inglese. Non vuole fare l’attrice, ma la spettatrice sì. È una moda relativa quella di amare la scena britannica, alcuni ne vanno matti, altri hanno forti resistenze, un po’ di tipo anticolonialista, verso il mondo anglosassone che ha il controllo dei mari da un po’ troppo tempo, un po’ per sufficienza nei confronti della “well done play”, cioè verso un modo tutto britannico di scrivere commedie dove i conti tornano tutti e più in generale di saper fare le cose, le cose che hanno a che fare con il teatro. Ma quelli che ne vanno matti di cosa vanno matti?
Mi faceva notare Ramin Grey, un regista inglese che amo molto, che scrittore di teatro in Inglese è playwright, non playwriter. Non quindi uno che scrive le play, gli spettacoli, ma uno che li fa, che appartiene più alla famiglia dei carpentieri e dei lattonieri che degli artisti. Questa cosa del fabbricare le cose è molto centrale nel loro modo di fare teatro e non toglie nulla, direi, alla poesia. Una volta cercavo di insegnare il mestiere dell’attore in una classe di allievi attori qui in Italia: leggere un testo, capirne la lingua, individuare le azioni che sottintende e agirle nella maniera più semplice possibile, tanto per cominciare. Un allievo, che era reduce da anni di liceo e teatro amatoriale trascorsi a sforzarsi di capire significati nascosti e presumere di saperli restituire grazie a non so quale dispositivo metafisico, si sentì offeso dalla mia ambizione alla pragmaticità e, rosso in volto, protestò: «Ma quindi un attore cosa dovrebbe essere? Un mero strumento al servizio del drammaturgo?». Raccontai l’aneddoto a una insegnante di recitazione inglese con la quale collaboravo. Lei scoppiò a ridere ed esclamò: «È una definizione molto accurata di quello che dovrebbe essere il nostro lavoro!».
Una certa pragmaticità credo sia un buon punto di partenza per trovarsi tra colleghi a cercare di costruire una cosa attorno alla quale convocare un pubblico. Allora sì, senza darsi troppe arie, si può anche diventare molto bravi a farlo senza che lo spettacolo della bravura prenda la mano e diventi l’oggetto stesso della convocazione. Troppe volte mi capita di essere convocato a teatro per vedere la bravura. Non sono tuo padre, non mi interessa quanto sei bravo. Io sono il pubblico e voglio essere trattato col rispetto che si deve verso la cosa pubblica. La convocazione cerco di metterla al centro del discorso quando insegno teatro o cerco di creare uno spettacolo. Noi attori, registi, drammaturghi, chi stiamo convocando a teatro oggi? E perché? Attorno a cosa vogliamo riunirci in questa o quella sala, cortile o piazza, cosa vogliamo condividere esattamente? Recitare è trasformarsi, cioè portare un personaggio da un punto A a un punto B. Alla fine del percorso, il personaggio è cambiato e la storia con lui. In che modo il pubblico sarà diverso da come era entrato? Che cambiamento cerchiamo di provocare? Con quali strumenti pensiamo di gestirlo? Come si arriva al punto B? Questo vale sia che tu sia un clown che cerca di fare scoppiare le persone per le loro risate (il punto B è una grossa esplosione) sia che tu abbia un progetto poetico, politico, sociale. Avere un progetto politico sociale, tra parentesi, non è esattamente fare propaganda delle proprie idee, per quello c’è la pubblicità, il teatro è più un luogo di cambiamento, di costruzione di una cosa insieme e in questo a volte mi sembra che i teatri e soprattutto i teatri pubblici (che sono sovvenzionati dalla repubblica suppongo per assolvere a un compito sociale, se no non capisco perché) si accontentino un po’ di essere degli spettacolifici e basta, ma ci sono anche tante altre cosette che un teatro potrebbe fare per la polis oltre a vendere o svendere il “venitemi a vedere”. Magari ne parliamo la prossima volta?
Anna andò a vedere la sua amica Elisabetta, che ci teneva tanto. Elisabetta era molto contenta che Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti