Un dettaglio in legno della veranda, le scale, sempre di legno, che conducono alle stanze da letto, i passi delle sorelle, ancora bambine, che scendono i gradini di corsa. E poi ancora: porte che sbattono, zainetti scolastici, il verde un po’ freddo del giardino norvegese da cui osservare la casa da fuori, chiedendosi se per un edificio venire abitato sia più un piacere o un fastidio. 

Si tratta di un ricordo: a Nora, futura attrice di talento e adulta incasinata, nevrotica e tendenzialmente depressa, è stato assegnato il compito di scrivere un tema che abbia al centro un oggetto legato agli affetti. Ha scelto la casa di famiglia, in cui è nata e in cui crescerà, e in effetti la dimensione onirica dell’infanzia circonda l’abitazione, che non viene quasi mai ripresa nella sua interezza, ma solo attraverso maestosi dettagli, inquadrati dal basso verso l’alto come se li osservasse un bambino. Sebbene la casa appaia brulicante di vita, di voci e dell’eco dei giochi del pomeriggio, i muri sono attraversati da crepe che, scena dopo scena, sembrano diventare sempre più profonde. C’è qualcosa di inquietante nell’aria, un’immobilità innaturale, una tensione. Tutti i colori e i mobili del salotto non basteranno a salvare Nora dalle incognite del futuro: né dalla malattia e dalla morte della madre, né dall’inaffidabilità e dalla fragilità dei sentimenti del padre. 

C’è la realtà dei legami: la sorellanza come unica forma possibile di resistenza ai vuoti scavati dalla scarsa attitudine del brillante regista in declino alla paternità, che forse è un abito mentale che non può essere simulato

I primi cinque minuti di Sentimental Value, il sesto lungometraggio del norvegese Joachim Trier, dipingono un quadro piuttosto

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