A Trastevere, su un muro scrostato ma abbastanza solido per far attecchire la vernice acrilica, accanto a un pescivendolo, era stata pitturata una grande fica. A parte le notevoli dimensioni, nessuno aveva mai riscontrato una particolare perizia artistica nell’immagine. Era soltanto il dettaglio anatomico di una vagina, un taglio sovrastato da un ciuffo di peli scuri, le labbra appena dischiuse a suggerire il principio di una tenuissima lubrificazione. Per giunta, senza nessuna scritta ad accompagnarla. Nella maggior parte dei casi la street art ha una funzione sociale e politica, si pittura non per sporcare i muri, bensì per veicolare un messaggio di protesta. Nella fica di Trastevere invece non c’era niente di tutto questo. L’aspetto curioso, semmai, era che la vicinanza del pescivendolo donava alla pittura uno strano effetto olfattivo, che oltrepassava la semplice associazione d’idee per lambire un’azzardata sinestesia: l’odore del pesce nelle cassette sembrava quello della fica sul muro. Soprattutto al mattino presto, quando il pescivendolo riceveva la merce fresca – tripudio di sgombri, aringhe, acciughe, salmoni – un odore acre e pungente, salato, si riversava fuori dal negozio e si spandeva nella zona prospiciente. L’inganno diventava ineffabile ed esemplare: la fica pitturata diventava anche odorosa. Non che nessuno si fosse mai azzardato ad accostare il naso al muro per annusare. A malapena qualcuno gli affibbiava un rapido sguardo. Gli occhi maschili, che ne erano naturalmente più incuriositi, simulavano indifferenza, mentre quelli femminili non di rado manifestavano ribrezzo, o quantomeno un fermo disappunto. Soltanto qualche comitiva di ragazzi ubriachi, quando nel fine settimana si faceva troppo tardi e la movida scemava, si erano fermati a commentarla (era capitato anche qualche siparietto osceno, con lattine e lingue).  In generale, la fica se ne stava sul muro ignorata da tutti. Che ci fosse un bel sole che batteva sul clitoride o che la pioggia bagnasse le grandi labbra, la gente incrociandola proseguiva a fare quel che aveva da fare, con la tipica frenesia che viene a Trastevere, un posto che non dorme mai, pullulante di turisti, botteghe, mescite, mercati. Il tran tran proseguì fino al giorno in cui un vecchio, pensionato da poco e quindi con quel senso di leggerezza disperata, di mortifera libertà, che solo il pensionamento può offrire, probabilmente richiamato dall’afrore del pesce, si piazzò davanti al muro e cominciò a fissare la fica. Si era sistemato molto vicino, come se fosse affetto da un’implacabile quanto verosimile presbiopia, dritto impalato di fronte all’osceno, enorme graffito. Gli piacque immaginarsi quell’odore fuoriuscire dall’apertura pelosa, e si ricordò con tenerezza della fica della moglie, che l’aspettava a casa come ogni giorno ma di cui non vedeva le parti intime da almeno un decennio. L’impudicizia di quel vecchio sortì un effetto domino e fece rompere gli indugi ad altri uomini. In fondo cosa c’era di male in una fica dipinta sul muro? E per di più con quel buffo tocco realistico dell’odore donato dal pescivendolo? Persino qualche uomo con al seguito una donna – amica, fidanzata o moglie che fosse – rallentò il passo. Alcuni non ebbero più timore di dissimulare il turbamento che l’immagine ispirava, sebbene minimizzandolo. Le donne, prima riluttanti, cominciarono a scherzarci su, anche e soprattutto tra amiche.

Insomma si sparse la voce, la gente sapeva che in quel tal punto di Trastevere, nei pressi del pescivendolo, c’era una grande fica dipinta sul muro, che non aveva una ragione precisa per essere lì dove stava, ma che adesso si poteva guardare perché la maggioranza aveva deciso così. Passò anche un noto critico d’arte che, subitaneamente ammaliato dalla fica, improvvisò un convegno seduta stante, adunando un capannello di persone. “Non c’è nulla di scandaloso in questa raffigurazione”, diceva sovraeccitato. “Uno dei quadri più emozionanti del mondo ritrae dei genitali femminili e s’intitola L’origine del mondo, l’ha dipinto Gustave Courbet ed è attualmente esposto al parigino Museo d’Orsay”. Dopo quell’endorsement pubblico, la fica di Trastevere conobbe un suo primo momento di notorietà. Venne nominata in un servizio televisivo sul potere eversivo dei graffiti e citata in un articolo giornalistico che parlava delle provocazioni di Banksy. Dacché era stata volontariamente trascurata per una sorta di castrante bon ton moralistico (lo stigma sociale che avrebbe colto chi l’avesse guardata troppo a lungo), adesso fermarsi davanti al muro faceva simpatia, e la gente poteva perfino mostrare con meno viltà ciò che quella visione gli suscitava. I turisti cominciarono a fotografarla. Così come facevano il giro della piazza di Santa Maria in Trastevere ed entravano dentro la basilica di Santa Cecilia, si poteva stare certi che, prima o poi, alla chetichella, simili ai topini del pifferaio magico, dall’intrico delle viuzze adiacenti sarebbero giunti fino al muro che ospitava la fica. Perfino il pescivendolo, a cui di certo non era mai mancata la clientela, registrò un’impennata negli affari. Gli abitanti del rione non avevano dubbi: non c’era ancora ressa, ma qualcosa d’incredibile stava montando. Davanti alla fica di Trastevere, nel giro di poco tempo, ognuno poté esprimere ciò che voleva. Darsi a esternazioni sessuali, invocare orgasmi, denudarsi. Nessuno seppe mai come ci si arrivò. Probabilmente con un veloce passaparola che richiamò prima gruppi di fricchettoni – di quelli che bivaccano sulla tomba di Jim Morrison al Père-Lachaise infilando fiori nelle bottiglie vuote di bourbon e leggendo poesie di Rimbaud -, poi svariati libertini e infine legioni di repressi. Tale era l’inibizione imposta dalla società che la fica sul muro di Trastevere divenne lo spazio che assolveva a un bisogno enorme, e fino a quel momento sottovalutato: non trattenersi più. La fica sul muro, sempre speziata dagli umori dei pesci, venne baciata, slinguata, premuta, titillata, sputata, schizzata. La penetravano, anche, sfruttando un lieve effetto trompe-l’oeil dovuto alle grandi labbra dischiuse. Tutt’intorno, a mo’ di diadema, scritte di ogni tipo in tutte le lingue del mondo (si andava dall’oscenità fine a se stessa allo sdilinquimento amoroso), confermarono la sua trasformazione in simbolo universale di libertà e sfogo. Fino all’alba, quasi ogni notte, si accendevano fuochi e si suonavano tamburi in suo onore. Gridolini e gemiti potevano levarsi tra le macchine parcheggiate negli stalli circostanti. Quel successo rese la fica un bersaglio del puritanesimo. I bacchettoni provarono a farla rimuovere attraverso una campagna di discredito non tanto della fica in sé ma del baccano che ne scaturiva. I nuovi moralisti, codardi per loro natura, provarono a risolvere il problema trincerandosi dietro a grigie formulette giudiziarie: “Schiamazzi pubblici”, “Vandalismo”, “Disturbo della quiete”. Ma questo era solo il fronte moderato del perbenismo. Della gentaccia a volto coperto piombò sulla fica con dei barattoli di vernice nera, per cancellare quello che ai loro occhi doveva essere l’obbrobrio supremo. Vennero provvidenzialmente fermati dal gruppo di soliti gaudenti che ormai stazionava giorno e notte nei paraggi della fica: quella difesa spontanea si rivelò più efficace di un sistema di sorveglianza.

L’apice dello scontro si ebbe con un’interrogazione parlamentare (la circoscrizione passò la patata bollente al comune di Roma che la passò alla Regione Lazio che la passò direttamente allo Stato italiano). La natura della politica non è decidere bensì tergiversare: quelli contro la fica non lo furono fino al punto di ottenerne la rimozione, e quelli a favore della fica non lo furono fino al punto da metterla in sicurezza. Il giro di vite accadde per caso. Un giovane uomo di Trastevere venne lasciato dalla fidanzata. Lui, con il cuore spezzato, non sapendo più a che santo appellarsi, come gesto estremo e benaugurante, andò a pregare sulla fica pitturata. Il risultato fu che la donna volle immantinente rimettersi insieme a lui. L’episodio diventò un meme su Internet, ripreso in ogni dove, commentato da qualunque cuore infranto del globo e musicato con le playlist più romantiche di sempre. Da quel momento la fica di Trastevere non fu solo presa d’assalto, ma ritenuta un luogo sacro. La gente non voleva più guardare ma venire a contemplare. Pregavano sulla fica. Meditavano sulla fica. I turisti vennero scalzati dagli spiritualisti. Essendo la fica un vessillo più trasversale delle religioni tradizionali, allo stesso tempo più peculiare e più generico, raccolse attorno a sé invasati di ogni tipo. Testimoni di Geova e Hare Krishna pentiti. Alcuni preti impazziti. Qualche benedettina o carmelitana o agostiniana sopra le righe. Buddhisti irascibili e islamici femministi. Induisti monoteisti. Non mancò chi le attribuì significati oscuri, poiché dove c’è Dio c’è sempre anche la puzza del diavolo. A partire dalla sua forma a triangolo, si sprecarono le interpretazioni malevole che vedevano la fica implicata coi Rothschild e gli Illuminati, stemma del Nuovo Ordine Mondiale insieme alla banconota da un dollaro. La fica di Trastevere diventò intoccabile poiché al di sopra della legge degli uomini. I pellegrinaggi interruppero l’ostracizzazione. E ora, ora che la fica di Trastevere è stata ribatezzata la Fica Celeste e ci si attende un passo concreto in direzione della messa in sicurezza della zona (magari una teca infrangibile contro i malintenzionati, transenne, gabinetti chimici, biglietterie e ingressi con tornelli), prima che il pescivendolo chiuda i battenti e si metta a vendere souvenir (calendari della fica, agende della fica, matite della fica, portachiavi della fica) privandola del suo profumo inebriante e caratteristico, speriamo che qualcuno, magari proprio chi ebbe l’idea sventurata di metterla su un muro di Trastevere, prenda i colori acrilici e la rifaccia quanto più lontano possibile da qui, in un punto del mondo ignoto ai più, meglio ancora se pieno d’imbarazzo, pudicizia e senso di colpa.