Nel giorno in cui si inaugura il Festival di Cannes, e ancora sotto l’effetto di un’esiziale serata di premiazione dei David di Donatello, una domanda stupida ma inevitabile mi viene in mente davanti a ogni articolo e considerazione che leggo. A cosa serve un festival di cinema? E a cosa servono quelle manifestazioni di varia entità che premiano il meglio della stagione cinematografica, gli Oscar a Los Angeles, i César in Francia, appunto i David? Cosa sono, in realtà, queste manifestazioni? Una domanda che qualche anno fa sarebbe stata inutile e pleonastica, e oggi è quasi inevitabile.
Un tempo tutto era abbastanza semplice. Il cinema aveva confini netti e un ruolo tutto sommato definito. Dalla crisi degli anni ’60 il cinema americano era risorto grazie a una nuova generazione di registi e attori (quella di Coppola e De Niro), e poi li aveva fatti fuori con il “ritorno all’ordine” degli anni ’80 e una spolveratura liberal negli anni successivi. In Italia, la lunga emorragia di pubblico dagli anni ’70, la chiusura delle sale, la supremazia della tv avevano cambiato i rapporti di forza ma non la struttura del sistema. Oggi guardare le auto-celebrazioni del cinema invece fa percepire una curiosa sensazione di irrealtà.
Intanto, in Italia festival e premi non mandano la gente al cinema. Se un premio Strega comporta un incremento a volte notevolissimo delle copie vendute, un David di Donatello vale zero (i film vincitori, già usciti da tempo, non tornano in sala). Tra i film che hanno ricevuto un qualche impulso dai premi veneziani, vengono in mente negli ultimi anni solo Martin Eden (Luca Marinelli miglior attore nel 2019) e Vermiglio (Leone d’argento l’anno scorso). E il cinema è talmente debole che viene infiltrato dalla serialità anche quando si celebra. Due anni fa ai David fu pluripremiata una miniserie in sei puntate, Esterno notte di Marco Bellocchio, e quest’anno tra i super-nominati ce n’era una la cui vocazione televisiva è ben più evidente, L’arte della gioia di Valeria Golino.
La cerimonia degli Oscar un tempo era un’industria che premiava se stessa. Adesso è una non-industria smarrita che premia il sogno di se stessa espiando il proprio passato di Hollywood Babilonia
Se allarghiamo lo sguardo all’estero, la contaminazione è assai più seria. Il Festival di Cannes, molto legato all’associazione degli esercenti francesi, ha dovuto adottare una politica rigidissima per il concorso: niente produzioni destinate alle piattaforme, solo film “da sala”. Il risultato è che la Mostra di Venezia, più flessibile, si è accaparrata una quantità di titoli americani ed europei, che poi magari trionfavano agli Oscar. Il che ha creato una curiosa situazione: Venezia si spostava su premi a film americani non troppo indipendenti (Nomadland, Joker, Poor Things, ma in fondo anche l’ultimo Almodovar), mentre gli Oscar premiavano gli stessi film di Cannes o Venezia o titoli ancor più “di nicchia”. Ma non nel senso di una maggiore sperimentazione artistica, bensì in quello dell’espressione dei sentimenti di una minoranza liberal scollegata dal pubblico.
Per settant’anni gli Oscar hanno incoronato quello che l’industria considerava ogni anno il proprio prodotto di punta, che fosse Via col vento o My Fair Lady, Il padrino o Il cacciatore. Da tempo invece la situazione è cambiata. Tra una produzione globalizzata, il predominio delle piattaforme, la coda di paglia del politically correct, adesso sono una cerimonia-fantasma, che non celebra più il cinema e in fondo l’America, ma proclama quel che Hollywood vorrebbe essere. Vincono film che non incassano: negli ultimi dodici anni un solo vincitore dell’Oscar come miglior film, Oppenheimer, è stato fra i dieci maggiori incassi dell’anno, e solo un altro era fra i primi ’80. L’ultimo vincitore dell’Oscar ad esser stato il maggior incasso dell’anno è Titanic, quasi trent’anni fa. Insomma, la cerimonia degli Oscar un tempo era un’industria che premiava se stessa. Adesso è una non-industria smarrita che premia il sogno di se stessa espiando il proprio passato di Hollywood Babilonia.
Si prediligono film con la morale “a vista”, spiattellata, e l’idea di stile è simile a quella di brand
Anche Cannes è in fondo una vetrina irreale, ma in modo diverso. Certo l’incidenza del festival sul mercato francese è molto maggiore di quella di Venezia su quello italiano (e degli Oscar negli Usa), ma in realtà il colossale ammassarsi di centinaia di film e divi sulla Croisette è comunque un evento virtuale che nasconde il luogo vero degli affari. Nel palazzo del cinema, con accredito proibito anche ai giornalisti (il pubblico in senso stretto, occorre dirlo, a Cannes non è previsto: i biglietti sono solo per gli accreditati di vario tipo), si svolge il mercato più importante d’Europa, con gli stand di tutti i paesi, le proiezioni private. Nel frattempo, alla luce dei riflettori e sul tappeto rosso, sfilano le star e passano film in varie sezioni. Il festival va incontro alle esigenze dei distributori e dell’opinione pubblica, accarezza il gusto contemporaneo cercando di far dimenticare che dieci anni fa a Cannes non c’erano film girati da donne in concorso, e Weinstein la faceva da padrone. Si prediligono film con la morale “a vista”, spiattellata, e l’idea di stile è simile a quella di brand (ricordiamo l’incredibile Palma d’oro del 2021 a Titane di Julie Ducourneau, mix insuperato di volgarità estetica e rozzezza ideologica). Oppure film “morbidi”, non troppo difficili, in cui la presenza dell’autore è garantita dalla durata dilatata (Triangle of Sadness, Palma d’oro 2022) o dai piani-sequenza come nelle serie tv alla moda (l’ultimo vincitore Anora). Il cinema più rigoroso continua a esistere, statisticamente meno considerato e a volta nelle sezioni collaterali. E il tappeto rosso, da obiettivo moralistico dei cinefili (“contano i film, non il glamour!”) diventa qualcosa di diverso: non più espressione di potere, ma di impotenza. Con le giurie composte in base alla fotografabilità sul red carpet, messe a valutare film scelti in partenza secondo ideologie costruite sul nulla. Nel frattempo, il film diventa un oggetto sempre più marginale, sempre più estraneo al pubblico nei suoi principi. Tra un po’ forse lo si spiegherà così: hai presente una serie tv in una sola puntata? O: prova a immaginare un video di tiktok che duri 100 minuti… ecco, quello lo chiamano film.