Dopo aver adattato due romanzi (Martin Eden e Le vele scarlatte) per la prima volta ti confronti con un personaggio storico, leggendario e sfuggente. Ultima grande attrice ottocentesca e insieme innovatrice nello stile di recitazione, eterna rivale di Sarah Bernhardt, Eleonora Duse ha avuto un’influenza fondamentale nella storia del teatro e anche del cinema. Cechov e Pirandello, Bernard Shaw e Rilke la adoravano, Stanislavskij guardava a lei per elaborare le proprie teorie, Lee Strasberg la vide bambino e la proponeva come ideale per i suoi allievi dell’Actors Studio. Attrici di ogni tempo l’hanno venerata e tenevano la sua foto in casa o in camerino, da Anna Magnani a Marilyn Monroe. Per Charlie Chaplin era la più grande attrice mai esistita. Eppure il suo modo di recitare si può ricostruire solo da testimonianze indirette, e nell’opinione comune il suo nome è ricordato forse soprattutto per il legame con un giovane Gabriele D’Annunzio tra Ottocento e Novecento. Tu cosa sapevi della Duse prima di girare il film?
In realtà poco e niente, l’ho scoperta facendo il film. Conoscevo la sua leggenda e soprattutto l’importanza della trasformazione che ha portato nel teatro. Però io il teatro l’ho sempre visto come qualcosa di lontanissimo dal cinema. La maggiore preoccupazione che avevo era proprio quella. Filmare il teatro mi spaventava.
E come hai deciso di affrontarlo?
Ho pensato al cinema come strumento meccanico, che ha il privilegio di rubare il tempo alla scena, e di rubare anche lo spazio. Il teatro in questo caso, quando diventa cinema, può diventare quasi commedia o addirittura farsa. Penso al momento in cui il partner della Duse, Memo Benassi, non ricorda la battuta in scena e lei mormora a mezza bocca: “la battuta”… Il momento in cui il teatro si inceppa è proprio un momento in cui può entrare il cinema. Il cinema come dottrina resta un’arte più nobile, il cinema è un’arte spuria, un po’ cialtrona. Gli attori di teatro che un tempo disprezzavano il cinema io li capisco.
Avete fatto molto lavoro di ricerca storica?
Gli sceneggiatori, Letizia Russo e Guido Silei, hanno fatto un lavoro straordinario, ci siamo documentati molto sulla sua biografia e sulla storia di quegli anni. Non ci sono testimonianze dirette dell’arte della Duse: c’era una registrazione sonora di Edison che è andata perduta, c’è Cenere, un film che lei girò già avanti negli anni, che non è molto riuscito e in cui lei quasi cerca di farsi vedere il meno possibile. Però non era quello il punto decisivo per me: a me interessava raccontare il suo talento, mi interessa raccontare personaggi che hanno un fuoco.
Sulla recitazione della Duse, come dicevi, esistono testimonianze indirette, a volte contraddittorie. Tutti esaltano però la sua originalità e unicità. Tu la fai vedere mentre recita: ti sei fatto delle domande su come dovesse essere, riportare sullo schermo questo mistero?
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